Jimmy Choo for H&M. Considerazioni.

Gentili signori Hennes e Mauritz,

sono sempre io, la vostra affezionata Sybelle, colei che con i suoi acquisti ha pagato l’istruzione ai vostri pargoli.

Vorrei parlarvi della vostra ultima grande idea, ovvero la capsule collection di Jimmy Choo.
Ha avuto molto successo, sicuramente maggiore di Comme des Garçons (non capita dalle folle) e Matthew Williamson (incomprensibile da chiunque): immagino che vedere i loro capi giungere fino ai saldi sia stato tragico.
Quindi avete investito verso un colpo sicuro: Jimmy Choo è nel vocabolario di chiunque abbia visto Sex and the City, Il Diavolo veste Prada e letto una qualsiasi rivista.
Le code e la ressa lo dimostrano: avere colpito nel segno. Se delle ragazze sono disposte a stare in fila fin dalle 2 di mattina del 14 Novembre e sottostare a severe norme pur di comprare un paio di scarpe…

Che poi, vogliamo parlare delle scarpe?
Per una collection invernale ci avete proposto sandali. E ripeto: sandali!
Voi istigate le giovini donzelle a indossare leggins e calze a vista, le spronate verso i malanni di stagione, le etichettate come prossime vittime della suina!
Non sono scarpe, sono minacce!
E non ditemi che “C’erano anche le scarpe chiuse” perchè quelle scarpe in finto rettile tempestato di cristalli e borchie non sono definibili come tali.
Non sapete inoltre la soddisfazione nel vedere che le uniche scarpe rimaste nel vostro negozio alle ore 19 erano le pumps tigrate. Ah!

Per il resto mi avete delusa: vogliamo parlare del rapporto qualità-prezzo?
Avete fatto pagare un’etichetta blu di 4 centimetri per 1.
Jimmy Choo, Manolo Blahnik, Salvatore Ferragamo non sono famosi solo per i modelli di scarpa: sono celebrati perchè quando si indossa una delle loro creazioni è il piede a sentire la differenza.
Ora ditemi come delle ragazze potranno camminare su quei tacchi su cui non è stato certo fatto lo stesso lavoro, create in maniera rudimentale, senza considerare equilibri e sagomature.
E i pellami? Alzo un sopracciglio, voi capirete.

Tutto questo a prezzi non ha H&M, è chiaro.

E ora la beffa.
Avete organizzato la vendita con minuzia: le prime 160 persone avrebbero ricevuto il braccialetto numerato e non avrebbero potuto acquistare più di un capo per tipologia.
Ecco, volete ridere? C’è gente che si è messa in coda all’alba, ha comprato le scarpe e le ha rivendute fuori dal negozio a prezzo raddoppiato. Non è triste?
Per non parlare di eBay: è ormai pieno delle sospirate creazioni a prezzi rimpolpati.
Io mi sentirei un po’ in colpa: ci sono persone che sfruttano le debolezze delle shopaholic.

Io avrei voluto i bracciali borchiati e le ballerine.
Davvero, mi sarei messa in fila presto (ma non così presto) e avrei aspettato.
Quando poi ho scoperto che non avrei potuto acquistare tutti i braccialetti per la regola sopracitata mi son innervosita: voi stessi li proponete così, in quella combinazione.
A questo punto vado dal mio fidato banchetto in Piazzola e mi faccio preparare un bracciale borchiato come si comanda.

Sono però disposta a perdonarvi.
Ho una proposta: fate una collezione con Vivienne Westwood.
Il nome non è così popolare da attirare le masse ma richiamerà un pubblico sicuramente sapiente.
Se poi contenete i prezzi ve ne sarei grata.

Ci vediamo da Sonia. Rykiel.

Yours,

Sybelle

Pubblicato in:  on Novembre 15, 2009 at 6:55 pm Commenti (6)
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Food in Japan/1

(della serie: se il post sulla moda era prevedibile, quello sul cibo giapponese era essenziale)

Come ho più volte detto, io sono una persona imbranata: non dico mai le parole giuste al momento giusto e sono impacciata nell’arte della conversazione.
Eppure quando si parla di cibo posso mostrare una loquacità alquanto preoccupante.

Come non potevo parlare delle mie esperienze gastronomiche in Giappone?
Giacchè non si parla solo di sushi e sashimi, pietanze ormai di tendenza in Italia: ho volutamente sperimentato tutto.

Onigiri.
Ne ho mangiati quanti? Trenta? Quaranta?
Sono polpette di riso ripiene e avvolte nell’alga nori. Dato che quest’ultima deve essere croccante i giapponesi hanno studiato un ingegnoso sistema per avvolgere riso e alga in modo che si tocchino solo all’apertura. Geniali, ovviamente.
E ora lo proclamo: io voglio gli onigiri in Italia.
Aprirei un’onigireria anche ora. Magari non con questo nome, ecco.
Dentro alle polpette tradizionalmente triangolari si trova qualsiasi cosa: tonno, salmone, umeboshi, carne e maionese, uova di pesce, e così via.
Le vendono in qualsiasi 7/11, i piccoli supermercati sempre aperti presenti ovunque (a parte a Koyasan, la città dei monaci buddisti) e costano una sciocchezza: 100 Yen, ovvero 70 centesimi di euro. In Italia non ci compri nemmeno un pacchetto di chewing gum.
Sono così buoni, così croccanti, così perfetti, così giapponesi, così… così riso!
Dopo lo Starbucks proclamo quindi il mio eterno amore per qualcosa che non troverò mai in Italia, temo.

Ramen.
Non ha niente a che fare con quello che vendono in Italia, una zuppetta trasparente in cui sono immersi i noodle e qualche verdura. Macchè.
Il ramen giapponese è preparato in mille versioni e hanno ristoranti che servono esclusivamente quelli.
In brodo, asciutti, con carne, con pesce, con tempura, con qualsiasi cosa che potete immaginare.
I giapponesi sono organizzatissimi (ma va!): spesso accade che all’esterno del ristorante ci sia una macchinetta in cui pagare il ramen prescelto, ritirare un ticket, sedersi, consegnare il ticket ed essere serviti. Facile e utile per evitare i disastri con la lingua locale. Adottano questo sistema ovunque, anche negli autogrill (… ora che ci penso: dovrei scrivere un articolo solo sugli autogrill giapponesi. Meriterebbe).
Uno dei ramen che ho assaggiato era col brodo e la carne: succulento, saporito, con tanto sesamo e verdure, questi spaghetti sono stati meravigliosi.
Certo, l’usanza vuole che si risucchino gli spaghetti senza alcuna vergogna. Per loro è normale, per noi imbarazzante.

Shorompo.
Alzi la mano chi non ha mai visto Ranma 1/2, l’anime del ragazzo che, quando veniva bagnato dall’acqua fredda, si trasformava in ragazza.
Per chi se lo fosse perso spiegherò cosa sono gli shorompo: sono i ravioloni che il maestro Happosai mangiava continuamente. Sono enormi ravioli bianchi ripieni di carne, bollenti e ottimi.
Immaginate i ravioli del ristorante cinese. Moltiplicateli per venti. Ed ecco lo shorompo!
Trovati all’autogrill. Credo che la commessa non abbia mai visto nessuno così felice d’ordinare un raviolo.

Frutta
La frutta in Giappone non esiste.
Non la coltivano, la importano e costa una follia.
Volete fare un regalo molto importante? Regalate una cassa di pesche: queste sono molto grandi, avvolte una ad una in una spessa rete protettiva, lucidate e disposte con cura in una cassetta di cartone.
Io una pesca giapponese l’ho comprata: 3 euro e 50 di pesca sugosa e invitante.
Uva. Stesso discorso: chicchi fuori misura come il prezzo.
Il resto viene tutto servito sotto gelatina: i giapponesi metterebbero qualsiasi cosa sotto gelatina, credo ci farebbero volentieri il bagno! Hanno anche le bevande gelatinose: si compra la bottiglietta, la si agita e i pezzi di gelatina si uniscono al succo. … un commento spassionato: bah.

A presto una seconda puntata.
E anche una terza, a questo punto.

Pubblicato in:  on Novembre 13, 2009 at 7:47 pm Commenti (4)
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Ci vuol pazienza…

Nella mia lunga carriera di essere umano ho potuto appurare di possedere una certa dose di pazienza.
A quanto pare ne ho abbastanza  e riesco a dosarla nel migliore dei modi.

Ci sono però dei casi in cui vorrei sfoderare un lanciafiamme e fare una strage.
Non è questione di acidità (o forse non solo) ma di vivere civile.

Ecco quindi la mia personale lista di tipologia di persone di cui farei volentieri a meno:

a) quelli che attraversano la strada col rosso.
Sì, i pedoni che si buttano in mezzo sebbene il loro semaforo sia appena diventato rosso, anche se c’è un traffico allucinante, specialmente se ti hanno visto arrivare in auto da mezzo chilometro. I peggiori sono quelli che, attraversando sulle strisce, pretendono d’aver ragione. Cos’è il semaforo, un optional? Poi se la prendono comoda, con calma, ma certo, mentre dietro quattro auto suonano e sfanalano.

b) quelli che in treno parlano al telefono a voce alta.
Tipo la ragazza che ho di fronte in questo preciso momento.
Magari hanno anche mandato il messaggio “Vi preghiamo di abbassare le suonerie del cellulare e la voce per non disturbare gli altri viaggiatori” ma loro niente, se lo sono perso perchè stavano chiacchierando dei loro sacrosanti affari.
Quindi a me e a tutti i vicini tocca sorbire l’intera vicenda di Alby che alla festa di ieri sera ha fatto chissà cosa, poi la “pizzetta” di stasera a cui non sa se andar o meno, gli scoop, i gossip, la ricetta dei calamari ripieni e gli impegni di lavoro.
E basta. No, dico, e basta!

c) quelli che saltano le code.
Magari c’è tanta gente e loro si reputano delle volpi.
Sono quelle persone che avanzano pian piano facendo finta di niente, fischiettando, guardando in aria. Guadagnano un passo dopo l’altro fino a passare una, due, tre persone. Poi costantemente verrà fuori che stavano tenendo il posto per altri quindici amici.
Cioè, ho scritto “Demente” in fronte, per caso?

d) coloro che si piazzano in mezzo alla strada, al binario, al marciapiede mentre hai fretta.
Improvvisamente… BAM! Si bloccano, diventano delle statue e tu rischi di travolgerle.
Simpatiche ma mai quanto i gruppi di amici o parenti che decidono di fare conversazione nel centro di una via trafficata bloccando il via vai. Spostarsi no? Beh, no.

e) questi li amo particolarmente: nell’era dell’iPod c’è qualcuno che vuole distinguersi e condividere la propria musica col resto del mondo. Capita quindi di incontrare gente che ascolta Nek o Gigi d’Alessio direttamente dal vivavoce del cellulare, oppure tutta la compilation delle suonerie hit della stagione. Cioè, voglio dire: Nek. Ecco, ci siamo capiti.

Basta.
Queste sono le mie cinque categorie.
Sono sicura che me ne verranno in mente altre.
Le vostre?

Fashion in Japan

(della serie: tanto lo sapevate che prima o poi questo post sarebbe arrivato)

Quando ci sono le settimane della moda ci si chiede spesso “Chi avrà mai il coraggio d’indossare tali scarpe, portare tali vestiti, comprare certe borse”, insomma, “osare così tanto”?
La risposta è: i giapponesi.

Per loro lo stile è una questione estremamente personale e fondamentale: se io apro l’armadio e prendo una maglietta, un paio di jeans e delle scarpe per esser soddisfatta loro hanno molte più variabili. La shojo (ragazza) media si preoccuperà di: maglietta, jeans, calzini, scarpe, cappello, collana, unghie, elastici per capelli, borsa, portachiavi, ombrello. E tutto dovrà essere rigorosamente, precisamente e straordinariamente coordinato. Impressionante. Io impazzirei dopo tre giorni.
I negozi sono colmi di set già pronti di tutti questi oggetti dallo stesso stile, linea e colore. Volete vestirvi a quadretti arancioni? Prego, accomodatevi.
La questione si replica per quanto riguarda gli abiti tradizionali, ovvero kimono e yukata: la fantasia del tessuto andrà abbinata agli zoccoli, al ventaglio, ai fermagli per capelli, alla borsa, alle unghie, al trucco.
E’ stato strano notare come indossino tranquillamente i loro abiti tradizionali: se noi andassimo in giro con i nostri abiti tipici regionali ci sentiremmo a disagio. Per loro invece è normale: li usano quotidianamente e credo si stupiscano dell’attenzione che ricevono dai turisti. (n.b. indossare uno yukata è stato un’esperienza: camminavo con passi minuscoli e sembravo un pinguino, l’obi mi stringeva terribilmente in vita e con le maniche larghe mi sentivo un pipistrello. Divertente).

Dal lato totalmente opposto invece ho notato un tentativo d’imitare il più possibile la moda occidentale.
Non importa quanto sia scomodo, è una questione di principio.
In Giappone le scarpe per donna raggiungono al massimo il numero 38: hanno piedi piccoli, proporzionati alla loro esile conformazione fisica, e spesso le firme occidentali non producono scarpe così minute. Morale? Indossano comunque le calzature che, larghissime, scivolano a ogni passo rimanendo ancorate a terra. Una prassi molto comune.  Come facciano a non inciampare è un vero mistero.
Il 90% delle ragazze indossa sempre tacchi altissimi, strumenti di tortura da cui io potrei cadere nel giro di cinque minuti. Esili, leggere, minute, loro li portano con assoluta naturalezza.

C’è solo un unico comune denominatore di tutte le tendenze giapponesi: bisogna risultare kawaii, ovvero carini.
Anche se sei una gothic lolita sarai kawaii.

E se voi uomini pensate che sia una questione prettamente femminile, beh, devo contraddirvi: gli shonen (ragazzi) si inerpicano su zeppe spaventose. Ebbene sì.

Insomma, avete presente un manga? Come si vestono?
Identici. Cosplay compresi.

(io adoro i giapponesi. Non si era capito?)

Pubblicato in:  on Novembre 6, 2009 at 7:30 pm Lascia un Commento
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Start

Io, proprio io, odiavo Bologna.
Quando ero piccola andavo in centro con i parenti e mi sembrava una città mostruosa: tante brutte facce, maleodorante, rumorosa e soprattutto cupa, con quei portici rosso scuro che sembrano inglobarti all’interno delle case.
Quando cantavo al Teatro uscivo spesso a orari improponibili: c’erano le prove settimanali e quelle per le opere liriche che potevano protrarsi fino a tarda serata. Sbucavo dall’entrata degli artisti in Largo Respighi e mi trovavo in un quartiere pauroso: tutto ciò che potevo fare era calarmi in testa il berretto e correre verso l’autobus o verso l’automobile dove qualche parente mi aspettava paziente. Facevo lo slalom tra spacciatori, punkabbestia, borseggiatori, allegri rivenditori di biciclette rubate e ubriachi. Che sembra la descrizione del Bronx, e poco ci manca.
Poi si cresce. Si fa la scorza a queste cose, si impara a stare all’erta, si cammina più veloci, ci si isola quanto basta con un sacrosanto iPod. Si conoscono le vie, le strade, i locali, i bar migliori, i ristoranti, i pub. Si battezzano certi posti come ritrovi prediletti e si girano tutti gli aperitivi possibili.
Improvvisamente Bologna è diventata una città amica, le brutture sono passate in secondo piano e la straordinaria ricchezza di dettagli meravigliosi ha preso il sopravvento: ogni volta che alzo lo sguardo posso notare un particolare architettonico, una scultura, un affresco nascosto, una vista pittoresca, piccole cose che fanno felice chi ha un certo sguardo verso il mondo. E io ho quello sguardo.

Milano.
Milano sa di polvere e gesso, la sensazione che ho sempre avuto ogni volta che mi sono svegliata, ospite di qualche amica o in alberghi: si percepisce quando si dorme poco e la pelle tira, tira tanto da temere che possano comparire delle crepe e quando respiri ti stupisci di non soffiare puntini bianchi.
Milano è un locale per quattrocento persone che in realtà ne ha ospitate ottocento. E’ un divano-letto viola dell’IKEA. E’ gente di cui ho perso le tracce. E’ gente di cui (per fortuna) ho perso le tracce. E’ una pizzeria in cui improvvisamente si spengono le luci e mi portano una torta con tante candeline e una scritta di cioccolato esilarante. E’ un pub notturno di legno. E’ un immenso loft con giochi di ruolo per tutti i gusti. E’ un ristorante sui Navigli con delusione inclusa. E’ la duplice apparizione su Mtv. E’ un abito di raso nero lungo fino ai piedi. E’ piazza del Duomo e tutti i negozi dei dintorni. E’ un McDonald a mezzanotte sotto la Galleria. E’ un paio di ballerine nere tanto sospirate. E’ accompagnare un’amica alla Bocconi direttamente da Bologna perchè lei non ha il senso dell’orientamento. E’ l’Inter che vince lo scudetto e un trattore passa davanti alla Scala.

Stamane, mentre facevo gli ultimi acquisti, mi è quasi sembrato di salutare Bologna, una città che adoro e che trovo assolutamente difficile, che mi ha donato una tempra notevole nei confronti della vita.
Bologna, nella mia mente, è porpora, rosso scuro, nera, buia; Milano invece è un grigio chiaro luminoso.

Una bolognese a Milano.
Sembra il titolo di un film.

Pubblicato in:  on Novembre 2, 2009 at 5:16 pm Commenti (8)
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Il bollettino della shopaholic

(Premessa: io ci provo a scrivere di pubblicità e Giappone. Ho i post già in testa. E’ che quando passeggio per Bologna noto talmente tante cose entusiasmanti sulla moda che mi parte un embolo e le dita si muovono da sole sulla tastiera. Quei post arriveranno eh.)

Care le mie shopaholic,
benvenute al consueto (ma quando mai?) appuntamento con la vostra personal shopper (ah sì?) di fiducia: per Bologna ho notato tanti dettagli degni di nota che sicuramente non gioveranno al vostro (nostro) portafoglio.

a) in un negozio di via Indipendenza (non faccio nomi perchè è sempre quello. A questo punto dovrebbe pagarmi) sono arrivate le jelly shoes di Vivienne Westwood-Melissa. Peep-toe col cuore, col fiocco e col globo sulla punta nonchè le strambe ballerine. Se sapete camminare su tacchi così alti o volete spendere una tal cifra per delle scarpe di gomma sapete dove andare.

b) da Mango quest’anno c’è una collezione basic adorabile: maglioncini e cardigan semplici ma con quei dettagli che li rendono originali. Abbandonate le maglie di Zara da 14,99 euro (che dopo tre mesi dovrete buttare via) e fateci un giro.Problema: la vestibilità di tali capi è veramente ridotta. Nel senso che se vi piace l’effetto sottovuoto siete a posto (ma in Spagna son tutte anoressiche? Ho dovuto comprare un cardigan di due misure in più). Se siete in crisi con la dieta e vi sentite enormi non andateci.

c) hanno aperto un secondo H&M a Bologna, in via Ugo Bassi. Mentre il primo ospita anche la collezione da uomo questo ha i capi per i bambini. E’ carino ma già faccio il conto alla rovescia: quando diventerà un carnaio?

d) il 14 Novembre esce la collezione Jimmy Choo da H&M. Immagino che lo saprete e che sarete già incatenate alle serrande. L’unica domanda è: caro Jimmy, ma visto che è inverno non sarebbe il caso di fare tante scarpe chiuse e non sandali? Sappiate che chi cercherà di sottrarmi i bracciali borchiati dovrà prima sconfiggermi (e a tal scopo basta sventolare una fiorentina alta cinque cm. Che ci volete fare…);

e) sempre da Mango sono arrivate le magliette firmate da Paulo Coelho. Lo so, il binomio Mango-Coelho perplimerebbe chiunque ma se vi piace lo scrittore…

f) domani, 20 Ottobre 2009, nel Benetton di Bologna si terrà l’evento della rivista Grazia: dalle ore 13 in poi potrete essere fotografate come se foste modelle in copertina (già immagino le orde di ragazzine aspiranti Amici). Credo che sia uno dei pochi motivi per cui entrare da Benetton: collezione veramente noiosa.

Per ora direi di aver concluso.
Vado a metter sotto chiave il portafoglio, promesso (certo, certo).

n.b. ho scritto questo post stamane sul treno. Dopo le recenti news non avrei mai potuto: ho la testa piena di ben altri stupendi pensieri.

Ally McBeal all’estero

Avete mai conosciuto qualcuno tornato da un Erasmus o da un’esperienza all’estero che fosse scontento?
Io no.
“Ah, ma come ti cambia!”, “Ah, ma conosci altre culture!”, “Ah, ma come cresci!”, “Ah!”, “Ah!”.

Volete dirmi che l’unica persona che ha avuto avventure terrificanti sono io?

Bene, leggete un po’.

Tredici anni.
Parto per la Normandia. Scambio culturale con una classe di studenti francesi più grandi di noi.
Io ero ancora più taciturna di adesso ed eccessivamente timida. La mia corrispondente era, praticamente, la “son bella, son affascinante, son eccezionale” della scuola. La coppia perfetta, insomma.
Di quello scambio ricordo solo la nebbia, la moquette blu ovunque, gli spaghetti come contorno della carne e i miei compagni di classe che dicevano “Oh, le chiedi se le piaccio? Ehi, le domandi se ha il ragazzo? Ah, ma…”. Monotematici, ma avevano visto giusto: se ci fosse stato il premio “Peripatetica del viaggio” lei ne avrebbe vinti ben due.
Evviva.

Sedici anni.
Partiamo per il Belgio.
Io e @Centenia siamo ospitate da un’allegra famiglia.
La prima sera il padre ci offre un pezzo di “terrone”. Io e Centenia sbalordiamo, poi ci prende un attacco di risate da farci internare: intendeva il torrone. Ottimo inizio.
Per la festa dei giovani il programma prevedeva una serata in discoteca: italiani e belgi tutti insieme, e sia.
La nostra corrispondente ci avvisa che deve lavorare e che ci raggiungerà dopo.
I genitori quindi ci accompagnano in automobile, ci indicano un locale, ci fanno scendere e se ne vanno.
E ci rendiamo subito conto che non siamo nel posto giusto dai vecchietti ubriachi a breve distanza.
Ok, avete presente com’è il Belgio in Ottobre? Piove sempre, fa freddo e se sei in un paese isolato non troverai mai aiuto.
E così è stato: io e Centenia abbiamo vagato per ore sotto la pioggia cercando di evitare alcune comitive di giovani tanto divertenti quanto molesti e cani abbaianti che non venivano nutriti dal lontano ‘73.
Ovviamente era Centenia a tenere alto il morale: la sottoscritta non è mai stata molto ottimista.
I cellulari? Al “tempo” all’estero non funzionavano.
Chiediamo aiuto bussando in una casa, che manco le fiabe dei fratelli Grimm. Non ci fanno entrare ma ci dicono che la festa è a qualche chilometro “in quella direzione”.
Insomma, per farla breve: le vostre due baldi ragazzine hanno camminato nel buio più totale per un’oretta seguendo il “unz unz” della musica in lontananza, con le automobili sfreccianti lungo la strada di campagna e nessuno, nessuno nei dintorni.
Un incubo.
N.B. I genitori non ci chiesero mai scusa, anzi: la presero sul ridere. Ricordo che la nostra rappresentante di classe voleva strangolarli.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, le lande desolate, i fratellini gemelli invadenti, il freddo, gli animali di ceramica a grandezza naturale sparsi per la casa, la spaghettata per quaranta persone e la mia santissima e adoratissima professoressa di francese.

Diciassette anni.
Spagna, Madrid, olè!
Andiamo dieci giorni a studiare in una scuola di spagnolo per stranieri.
Io e la mia compagna F. veniamo alloggiate in un attico storico spettacolare che si affaccia direttamente sul Parque del Retiro.
Ci ospita un’anziana signora che ci imbottisce di paella e ci racconta strane storielle sui propri parenti.
Noi non avevamo una copia delle chiavi per entrare, l’appartamento aveva ben due entrate e la cara vecchietta era un po’ sorda.
Morale? Abbiamo passato ore sul pianerottolo aspettando che lei si accorgesse di noi: forse entrava sempre dall’altra porta, chissà, fatto sta che non la vedevamo mai passare e che ci toccasse restare in attesa attaccate al citofono. La gioia.
Poi l’ultima sera andiamo tutti al Palacio Gaviria per festeggiare e la signora ci dà le chiavi.
Morale? Torniamo alle tre di notte e la troviamo sveglia perchè “Ah, mi sembrava di aver sentito qualcosa cigolare”.

Di quel viaggio ricordo il chocolate con churros, la strada per andare alla scuola, “Una miente maravillosa” (“A Beautiful Mind” visto al cinema ovviamente in spagnolo), i letti del ‘44, lo Starbucks vicino al Prado (il mio primo frappuccino! Peccato che l’abbiano chiuso) e il Museo del Jamon. Niente nebbia (incredibile).

Diciotto anni.
Windsor, stage di due settimane organizzato dal liceo.
Fortuna vuole che mentre i miei colleghi lavoravano a poca distanza la sottoscritta doveva cambiare due treni e percorrere un buon pezzo a piedi per giungere nell’ufficio dove, dopo tre giorni, avevo già finito tutti i lavori che avrebbero dovuto tenermi occupata per due settimane. Crisi loro. Non sapevano cos’altro farmi fare. Crisi mia. Mi sentivo decisamente inutile.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, il freddo, i cappuccini Starbucks comprati prima di partire, i frappuccini Starbucks comprati dopo essere tornata, Clocks dei Coldplay e il braccio rotto del mio professore d’inglese che, dopo un solo giorno, ha deciso di distruggersi durante una partita di calcio “Italy VS England” entrando in scivolata. Genio.

Poi un giorno, appena prima di partire per la Spagna, mi sono iscritta in una facoltà a Pesaro.
Così, di slancio.
Non avrei potuto avere un colpo di testa migliore.

Anche perchè vivere un’esperienza peggiore di quelle sopracitate sarebbe stato difficile.
Ormai ho un’armatura: sono pronta a tutto.

Pubblicato in:  on Ottobre 15, 2009 at 3:45 pm Commenti (1)
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TesiCamp: un feedback immediato

Io alla mia tesi ci tengo: non sono una di quelle persone che l’hanno scritta a forza, cercando l’argomento meno complicato possibile, sforzandosi di arrivare al limite minimo di pagine o che inseriscono nella bibliografia libri mai letti.

Io ci ho pensato, ho fatto la mia proposta al relatore e, prima di buttare giù una sola parola, ho letto moltissimi libri che non solo mi sarebbero stati utili per la tesi ma che riscontravano i miei interessi personali.
Praticamente mi sono cucita la tesi addosso: mi rappresenta, dice qualcosa di quello che mi piace, la ritengo importante.

Quindi un’occasione che mi consenta di presentarla davanti a una platea di persone realmente interessate non può far altro che riscontrare la mia approvazione.

Prima di iscrivermi avevo molte perplessità: l’argomento sarà adatto al tema portante della giornata? Non annoierà?

Caso vuole che le ragazze laureate che mi hanno preceduta (e che io ho preceduto) hanno parlato di argomenti molto simili ai miei: la sessione pomeridiana nella Sala 2 si è trasformata in un continuum tematico incentrato sul Web 2.0, l’identità, la reputazione, il marketing, la moda.

Organizzazione perfetta, location splendida, atmosfera inaspettatamente rilassata e amichevole.
E le due sale erano quasi sempre piene.
Domande, risposte, dibattiti, curiosità, slide, video, contributi.

Questo sì che è stato un BarCamp riuscito.
E infatti quasi non sembrava un BarCamp.

Ho visto muoversi qualcosa, qualche speranza accendersi.

E se capitate su questo blog, io sono quella che si è presentata dicendo “mi sono laureata da otto giorni”.
Più neo-laureata di così.

p.s. si ringraziano Fraaa, Piero, i biglietti, i quaderni scarabocchiati, i succhi al sapore di succo e i panzerotti.

Pubblicato in:  on Ottobre 9, 2009 at 7:37 pm Lascia un Commento
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Una domanda, un perchè. Cosa rispondere se ti sei appena laureato.

Il mio cervello è diviso in due parti: una fisica e una immateriale.
Quella fisica è costituita dalla materia grigia, dagli emisferi e da tutti i collegamenti tra i pochi neuroni rimasti (tutti potenzialmente color arancione Hermes). Qui risiedono i pensieri, le constatazioni, la realtà. C’è ciò che so e che sono certa di sapere.

L’altra parte invece è immateriale nel senso di fugace. Veloce, scattante, sorprendente.
Sì, c’è qualcosa nel mio cervello che processa ciò che non riuscirei ad affrontare.
E’ come se un vento supersonico scattasse in avanti di fronte a certi avvenimenti, li raccogliesse e dicesse al mio corpo come muoversi di conseguenza mentre il cervello fisico rimane immobile e incredulo.

Quindi in questi giorni sono incredula e ancora non mi rendo bene conto di cosa è successo.
E’ il cervello immateriale che svolge tutto il lavoro mentre quello fisico permane in uno stallo meravigliato.

Mi sono laureata.
Me ne sono leggermente accorta quando mi sono voltata e ho visto:
- la nonna piangere;
- il nonno piangere;
- la zia piangere;
- madreeeh piangere;
- gli amici piangere;
- l’altra zia piangere;
- lo zio piangere;
alchè il mio cervello immateriale ha velocemente processato l’avvenimento e ha comandato alla mia faccia “Sorridi”, alle mie mani “Prendi la corona d’alloro e mettila in testa”, alle mie gambe “Sta in piedi”.

Sto ancora attendendo che il cervello fisico acquisisca le informazioni e le importantissime novità.
Ci vuole un poco di tempo, credo.

E’ mettere un punto fermo e fisso a qualcosa, ed era tanto che non capitava.

Quindi sono arrivate le domande, le ovvie e doverose domande, tra cui spiccava “Cosa farai dopo la laurea?”.

… cioè, devo ancora rendermi conto d’essermi laureata, abbiate pietà, abbiate pazienza, abbiate cuore! Non è facile.
Capisco però che è una domanda classica.

Per cui mi sono preparata delle risposte non classiche che possono essere utili non solo alla sottoscritta ma a chiunque si ritrovi in situazioni simili:

a) partirò per il Tibet dove affronterò un lungo percorso di meditazione alla ricerca della beatitudine interiore;

b) mi arruolerò nell’esercito (ma solo se la divisa sarà firmata da Balmain);

c) mi iscriverò a Ingegneria Aerospaziale (io, che per l’esame di Statistica ho penato non poco, ah! Ingegneria!);

d) tornerò a cantare lirica e girerò per tutti i teatri del mondo (… questa non è esattamente improbabile, anzi);

e) Laurea? Quale laurea? Ah, ma questa era uno scherzo! Non dirmi che ci hai creduto!;

f) tornerò in Giappone. Punto. Senza altri dettagli ne’ un presupposto ritorno;

g) andrò a X Factor;

h) prenderò lezioni di cucina da Ratatouille a Parigi e diventerò una critica;

i) scriverò un’autobiografia;

j) mi proporrò come cavia da laboratorio;

E ora quelle che preferisco:

k) diventerò un cavaliere Jedi;

l) passerò al lato oscuro della forza;

m) mi proclamerò padrona del mondo;

n) andrò sul Monte Fato per distruggere l’Unico Anello.

Sì, le facce saranno sempre un po’ perplesse, ma non lasciatevi sfuggire l’occasione.

p.s. cosa farò davvero in questi giorni?

Leggerò. Tantissimo.
Saghe fantasy lasciate in sospeso, libri di marketing e pubblicità, sociologia e new media, libri che mi ispirano solo per la copertina.

Viaggerò, andrò ovunque ci sia l’opportunità, ovunque ci sia qualcosa d’interessante.

Farò il cosidetto “punto della situazione”, raccoglierò le idee e mi metterò in gioco.

Non passerà molto tempo, anzi.

Aspetto solo che il cervello fisico si ricongiunga con quello immateriale.

Pubblicato in:  on Ottobre 5, 2009 at 4:04 pm Commenti (7)

L’abito fa il monaco. Soprattutto se deve laurearsi.

Della sottoscritta si possono annoverare molti difetti, ma su due questioni posso dimostrare la determinazione più assoluta: il cibo e lo shopping.

Siccome a breve mi laureerò stamane ho chiesto il consiglio di Madreeeh (pronunciata alla Jean Claude) e siamo andate in una boutique ben fornita di cui quest’ultima è cliente trentennale.

Entro e dico:  “Vorrei un tailleur pantalone per la mia laurea. Nero”.

A voi pare che ci sia possibilità di fraintendere? Ho omesso qualcosa?
Ho parlato in Serpentese?

Innanzitutto la genitrice mi guarda inorridita: “Ma come, anche per il giorno della tua laurea sarai vestita di nero?”.
Dovevo immaginare che, dopo quella frase, sarebbe stato il delirio. Infatti le commesse, spronate e aizzate, hanno iniziato a portare i capi di abbigliamento più assurdi e orribili che abbia mai visto.

Un vestito di BluGirl di tartan blu con le maniche a palloncino e il fiocco dietro la schiena.
Commessa: “Vuoi provarlo?”
Io: “NO!”
Madre: “Vuoi provarlo?”
Io: “NO! Manco per idea!”
Commessa & Madre (in coro): “Ma è così carino!”
Alchè ho fatto una faccia stile “Se lo dite un’altra volta vi brucio il negozio”.

Un abito nero con un serpente di paillettes sul fianco.
Commessa: “E questo?”
Io: “Ehm… forse non ha capito, ma è per la mia laurea”.
Commessa: “Appunto!”
Io: “Come, prego?”
Madre: “Ma sì, è gggiovane”.
Forse Madreeeh e Commessa sono state a una laurea al Cocoricò, unico posto dove quel vestito sarebbe stato accettato.

Un vestito nero con ruches e una cintura di paillettes che cingeva anche il collo.
Commesse (perchè nel mentre si sono moltiplicate) e Madre: “Ma stai benissimo!”
Io: “… io dovrei laurearmi così?”
Commesse & Madre: “Ma sì, per sdrammatizzare!”
Sdrammatizzare cosaaah?

Poi mi mostrano una serie di abiti stretti sul fondo, che so per certo che non mi possono stare bene, data la mia conformazione fisica.
Glielo spiego.
Commessa: “Non puoi saperlo, provali!”
Io: “In verità lo so bene…”
Commessa: “Provarli non costa niente!”
Io: “Non ha capito: non mi possono stare bene!”
Commessa: “Daaai…”
E va bene, li provo solo per fare un dispetto. Ne infilo uno, esco con le mani sui fianchi ed esclamo: “EBBENE?” (della serie: se mi dite che sto bene siete delle false bugiarde e chiamo la commissione per il Buon Gusto).

Credevo di essere stata chiara.
Poi mi porgono un abito stretto in fondo. Marrone.
Nei miei occhi si potevano intravedere Satana.

I tailleur neri che mi propongono sono insulsi, anonimi, con le giacche troppo corte e i pantaloni o lunghi o stile “acqua in casa”.
Commessa: “Sono tailleur neri bellissimi, di alta sartoria!”
E io spiego: “Io vorrei un tailleur nero col pantalone, sobrio ma col taglio un po’ particolare. E una camicia bianca a manica corta, sempre un po’ insolita”.
Commessa: “Ragazza mia, non ne fanno mica così!”
Io ribatto: “Eh no, a casa ho una giacca di Armani spettacolare, con un taglio incredibile”.
Commessa: “Ah, allora ho qualcosa che fa per te”.
E torna con una giacca nera. Di Armani, sì, ma con dei fiori bianchi dai profili catarifrangenti.
Volevo morire.

Portano abiti a righe viola, panna e blu. Orrore.
Ancora a righe, ma solo blu e bianche. Ancora orrore.

Cerchiamo sul fronte “camicia”.
Hanno finito le camicie bianche (…).
Me ne mostrano una a quadrettini grigi, ruches e bottoni dorati. Piango.
La commessa esclama “Ah! Ho una camicia deliziosa color crema!”. E io ci spero.
Illusa!
Quello che per lei è “crema” per me è un “beige scuro”.
Cioè, vogliamo abbinare un marrone al nero?
Voglio scappare, ma Madreeeh continua a dar corda.

Mi portano articoli in fresco di lana.
Spiego dettagliatamente che sarò a Pesaro, sul mare, dove fa ancora più caldo.
E mi propongono un abito di Liu Jo in felpa stretch.
Ceeerto, io mi laureerò in felpa!

Attaccano anche sul fronte “scarpe”.
Dico: “Per il tailleur pantalone ho delle ballerine nere perfette”.
La commessa, questa gran furbona, indica le mie ballerine di nappa nera e con aria disgustata dice: “Quelleeeh? Ma sono rovinate, non vanno bene, ho qualcosa che fa per te, di una marca fantastica che si chiama ASH”.
E io replico, mentre impugno un forcone da diavolo: “Signorina, ho un paio di ballerine meravigliose di Sal-va-to-re Fer-ra-ga-mooo” (sottotitolo: chisseneimporta, niente sarà più bello e perfetto).
Commessa: “E scarpe col tacco? Tipo… queste?”.
E voilà, un paio di decolleté nere tacco quattordici, con plateau compreso.
La fisso intensamente.
Capisce che non è il caso.

Il colpo di grazia è sicuramente stata la quinta commessa che corre imbracciando grucce di giacche nere:
- la prima aveva una fantasia dorata sul retro;
- la seconda era uscita dagli anni Ottanta, tempestata di borchie dorate sul collo;
- la terza aveva un cuore di swarovski sulla tasca;
- la quarta era di jersey.

Finché arriva la proprietaria del negozio che, sorridente (credo per il troppo botox) dice: “E provare con questi leggings argentati coi profili di pietre argentate?”.

Sono sconvolta.
Ho i capelli in disordine, la faccia stravolta, il fiatone, la disperazione, la depressione e la collera funesta che manco Attila Flagello di dio.

E ho raccontato solo un terzo di ciò che è capitato.

Avrò il diritto d’esser sbalordita?

Pubblicato in:  on Settembre 26, 2009 at 10:51 am Commenti (13)
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