Torture cinesi contemporanee

Quando ero alle medie la mia prof di musica chiuse me e i miei compagni in una stanza buia e azionò un metronomo per un quarto d’ora, per poi dirci che quella era una tortura cinese, così come la goccia d’acqua che cade sulla testa.

Quindi, cari venditori degli spazi pubblicitari delle stazioni ferroviarie, in una qualche maniera m’intendo di torture cinesi e credo che anche voi abbiate una certa conoscenza in merito, altrimenti non si spiega il modo in cui gestite i televisori che trasmettono spot negli atri e sui binari di Milano e Bologna (per esempio).

Vi faccio un esempio: da un paio di settimane a Bologna e Milano gira in rotazione la pubblicità dei Kinder Cereali con Valentina Vezzali, la mamma di Piero (o Pietro?). E’ in un formato ridotto rispetto a quello televisivo e durerà circa dieci secondi: la voce della campionessa è stata sostituita da un jingle cantato che fa più o meno così: “Ah ah aaah. Ah ah aaah. Ah ah aaah”. La prima volta che lo vedi apprezzi l’atmosfera bucolica, i campi di grano, i buoni sentimenti. La seconda volta apprezzi e punto. La centoquarantasettesima volta che senti quel jingle, ecco, vorresti prendere un televisore e buttarlo sotto all’Alta Velocità, sradicarlo con crudeltà e recidere tutti i suoi cavi vitali (Matrix docet).
E’ una tortura, una tortura cinese, programmare lo stesso spot in rapida successione. Non se ne può più. E’ snervante, e inizi a odiare i Kinder Cereali. La prossima volta che vedrai la Vezzali ti verrà un attacco epilettico.

Solo io vedo la semplice logica, trovo che sia inutile la totale ridonanza di tali messaggi in un luogo in cui sei costretto a stare?

Altro esempio: lo spot dei nuovi negozi alla stazione Centrale di Milano. Un jingle al pianoforte che chiunque sia rimasto bloccato nella stazione durante Dicembre ricorderà facilmente: si è impresso nella mia memoria come il peggior tormento. Era programmato in alternanza con un altro spot innocuo, ma capirete che nelle ore in cui sono rimasta bloccata alla stazione a causa dei vari ritardi lo avrò ascoltato cinquecento volte. E’ una tortura.
Mi sono promessa di non mettere mai piede in uno di quei negozi per protestare contro una programmazione così inutilmente martellante e logorante.

Gentili venditori degli spazi pubblicitari, vi prego, fate qualcosa. Abbiate pietà. Non so, mettete più spot in rotazione. O almeno abbassate il volume, perchè spesso e volentieri i jingle si sovrappongono ai ben più importanti annunci ferroviari ed è il delirio.

Detto questo vorrei chiedervi delucidazioni, perchè forse l’”Ah ah aaah” della Kinder mi ha messo fuori uso l’udito: è possibile che ora stia girando uno spot con la Marcia Imperiale di Star Wars? L’altro giorno, scendendo dal treno a Milano Centrale e sentendo il “Pa pa pa papparà papparà” ho pensato d’avere le allucinazioni. Non che non apprezzi eh, ma nel contesto di “Milano Centrale” era vagamente inquietante. Con lo sguardo ho cercato zio Darth e i jedi.

Spero nella vostra clemenza.

Grazie.

Sybelle

Pubblicato in:  on febbraio 1, 2010 at 6:45 pm Commenti (6)
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Voglia-tevi bene 9/Le Bagari Baigan

Ci sono momenti in cui sei in uno dei tuoi ristoranti preferiti e sfogli il menù per la settecentesima volta: conosci ormai a memoria i piatti (sebbene siano davvero tanti) e ordini sempre quei sette o otto (non tutti in una sera) (ma anche sì), ma cerchi qualcosa che ti sorprenda.

Poi due clienti occupano il tavolo di fianco al tuo e capisci che sono neofiti, che sono lì per la prima volta.
Aprono il menù e sembrano sperduti, novelli Cappuccetto Rosso persi nel bosco, Hansel e Gretel a cui i corvi hanno mangiato tutte le briciole.
Li senti dire: “E se prendessimo… Ma se provassimo… Che ne dici di…?”

Ecco, tu vorresti alzarti, ribaltare il tavolo, scavalcare con un salto il cameriere, schivare un piatto volante, brandire la tua mannaia Miracle Blade e fare a pezzi un’arancia volante (ci sarà un’arancia volante da qualche parte, no?), sbattere i pugni sul tavolo, strappare il menù dalle mani degli ignari e urlare: “Prendete questooo!”.

Non lo farei per una pizza margherita, un piatto di pasta, ma per le bagari baigan…

“E che saranno mai ste bagari baigan?” direte voi.
“Ah, una sinuosa meraviglia” dirò io.

Immaginate d’essere in un ristorante indiano e di ordinare questo piatto: la didascalia italiana vi proporrà “Melanzane in salsa deliziosa”, e non potrebbe essere più vero.

Vi porteranno una scodella di rame piena di una salsa cremosa di pomodoro, panna e spezie sapientemente bilanciate. Questo già basterebbe, ma non finisce qui: dei tocchetti di morbida melanzana sono stati cotti, ricoperti e avvolti da sapori e profumi, dei bocconi sorprendenti.
Prendete quelli, prendete quelli!

Dopo impossessatevi del cucchiaio e fate strage della salsa, oppure unitela al riso basmati col cumino.
Non sarebbe mai abbastanza, non se ne è mai sazi: straordinaria.

Quindi seguite il mio consiglio e vogliatevi bene: provate le bagari baigan.

Pubblicato in:  on gennaio 25, 2010 at 7:00 pm Commenti (1)
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Spettabile 2010… (Lettera semiassurda in un atto)

… mentre tutto il mondo è impegnato nel fare bilanci dell’anno appena trascorso io ci tengo a darti il benvenuto e a presentarmi. Puoi chiamarmi Sybelle, se ti aggrada, e renderti conto che sono piuttosto agguerrita.
Si dà il caso infatti che io sia una di quelle terribili persone che danno la colpa dei propri disastri a se’ stessi e il merito dei successi al destino. Insopportabili, lo so.
Non è poi che creda molto al destino: leggo solo l’oroscopo di Internazionale (che apprezzo molto) e non mi preoccupo se prevede infausti eventi. Però a ogni inizio anno devo sentire cosa dicono gli astri.
Fino a qualche anno fa andavo ogni inverno in montagna e, mentre sul camino arrostivano i quarti di bue e qualcuno preparava canederli e polenta, c’era il rito chiamato “Quale sarà il segno zodiacale dell’anno?”. Oh, mai che uscisse Bilancia. Sempre “Tragedia, orrore e raccapriccio” per le povere Bilance. Cataclismi! Panico! Sfortuna! Bei momenti, insomma.
Quest’anno Saturno è entrato nel mio segno, caro 2010, e da quel che ho scoperto ciò significa che sarai un anno molto intenso e ricco di responsabilità. Non ho ben capito se tu sia l’anno della Bilancia: le premesse mi parevano contraddittorie.
Devi sapere, oh soave 2010, che il tuo precedessore si è rivelato incredibile: mi sono laureata, fatto che per molto tempo ho ritenuto impossibile, e meglio di così non poteva andare. Sono stata finalmente in Giappone, quindi ho realizzato un altro sogno. Inoltre sono finita a Milano e, voilà, ho coronato un terzo desiderio. Certo, ci sono stati dei momenti difficili, molto difficili, ma non abbastanza da intaccare l’enorme stupore che ha connotato il 2009.

Caro 2010, fa il bravo.
Io sono piuttosto battagliera, come ti accennavo: non ho alcuna intenzione di farmi mettere i piedi in testa.
Quindi ti avviso, con molta cordialità: o me o te.

Però ho preso un terribile raffreddore. E stamane una signora è scivolata dal tram su cui ero salita e, tra ambulanze, vigili e polizia non ho ben capito la gravità della situazione. Di conseguenza a ciò sono però arrivata in ritardo.

… c’è il tuo zampino, buon 2010? Vuoi dirmi qualcosa?

Distinti saluti

Sybelle

Pubblicato in:  on gennaio 7, 2010 at 8:56 pm Commenti (2)
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Auguri di…

Da parte di una persona che apprezza il Natale soprattutto per il cibo quali auguri potete aspettarvi, penso io.

Be’, ho deciso di rivelarvi quale sarà la mia parola chiave del 2010.
Avete presente quei calendari che propongono una parola al giorno? Ecco, io terrò a mente la stessa per trecentosessantacinque giorni.

Osare”.
Non parlo di azioni avventate, colpi di testa, rischi insensati.

Ho capito di non poter cambiare il mio essere una pecora nera.
No, non è “cambiare” la soluzione. Non è possibile, dovrei cancellare ogni dettaglio della memoria.

Però si può osare.
Superare il limite, valicare ciò che è ragionevole, pensare in maniera laterale.
Un po’ meno osservazione, un po’ più azione.

Ardire un poco.
Buttarsi, senza se.
A pizzichi.
Seguendo l’intuizione, tralasciando un attimo la ragione.

Osare.
Parola del 2010.

Buone feste.
Mangiate tanto e riposatevi, che il 2010 si preannuncia intenso.
Io vi auguro di osare.

Pubblicato in:  on dicembre 24, 2009 at 11:04 pm Commenti (5)
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Cara Trenitalia…

… sono la tua fedele Sybelle.
Fedele perchè non ho altre opzioni, certo, ma anche perchè non ti ho mai criticata eccessivamente.
In fondo non ho in mente una soluzione ai tuoi problemi, quindi non mi permetto di lanciarti critiche poco costruttive.

Ti scrivo un post semplicemente perchè spero (oh, me illusa!) che a volte tu vada a googlare il tuo nome alla ricerca di commenti, articoli, pareri, cose simili insomma. D’accordo, probabilmente qualcun altro lo farà per te.
Inoltre questo post deve fungere da promemoria perchè, sì, potrei dimenticarmi di alcuni dettagli di cui, no, non voglio proprio perdere traccia.

Sono una dei viaggiatori che Venerdì sera ha cercato di scendere da Milano a Bologna mentre imperversava la bufera di neve.
Devi sapere che ho aspettato più di un’ora nella glaciale stazione milanese prima di avere notizie del mio treno AV: ero così congelata che, quando ho visto apparire il binario e mi sono mossa, i miei vestiti hanno scricchiolato. Stavo diventando una statua.

Preciso: non soffro particolarmente il freddo. Sono un po’ l’Heidi del Polo Nord, nel senso che sono i pinguini a farmi ciao.
Però nel momento in cui a Milano non c’è una sala d’aspetto e le mie mani iniziano a sanguinare dal freddo… beh, inizio un
attimo a innervosirmi.

Capisco che la nevicata è stata abbondante, ma non dirmi che non ve l’aspettavate: è Dicembre, suvvia!
Ciò che più mi perplime riguarda poi le porte del treno che non si aprivano: su dodici carrozze solo tre avevano le porte “scongelate”. Della serie che se accadeva una disgrazia le uscite di sicurezza sarebbero davvero servite a molto.

Così, centotre minuti di ritardo, tanto per gradire.

E ora vorrei parlarti del ritorno: solo un’ora di ritardo, non mi lamento.
Però ti faccio presente che a Bologna ci sono stati meno dieci gradi (anzi, meno sedici, vicino a casa mia) quindi non c’è alcun bisogno di tenere l’aria condizionata accesa nelle vetture! E se per caso quell’aria fresca era il riscaldamento… la prossima volta spegniamolo e risparmiamo.

Dicevo che questo post mi sarebbe servito da promemoria: ecco, conserverò per bene i miei biglietti e voglio proprio vedere con che faccia tosta non mi elargirete il bonus.
Avete aumentato pure il tempo per riceverlo: da venticinque minuti a un’ora.
Beh, contando che su un viaggio di 65 minuti hai accumulato 100 e passa minuti di ritardo credo che il bonus mi spetti.
Neve o non neve.
Nevicava solo da un paio di ore, non è possibile che la situazione fosse così terribile.

Ecco, e già che ci sono, vogliamo parlare degli aumenti?
Assolutamente ridicoli e insensati: viaggiando da ormai parecchi anni sento in maniera piuttosto palpabile la differenza veramente esagerata.
Certo, immagino che cambiare i nomi dei treni in “Frecciabianca”, “Frecciargento” e “Frecciarossa” comporti proprio una grande spesa. Dite che ci sono altri motivi? No, perchè io non li vedo.

E prima di augurarti un buon Natale avrei un altro appunto: le decorazioni che dalla stazione centrale di Milano arrivano fino in piazza della Repubblica raffiguranti le locomotive dei Frecciarossa non si possono vedere.

Buone feste!

Sybelle

Pubblicato in:  on dicembre 20, 2009 at 8:18 pm Commenti (8)
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Food in Japan/2

Seconda puntata con “Sybelle e i suoi deliranti racconti sul cibo giapponese“.
Il punto è che quando parlo o scrivo di qualcosa che rientri nella categoria “mangereccio” mi appare un sorriso ebete sul volto. Anche in questo momento, quindi, sembro folle.

Takoyaki
Nei manga e negli anime si vedono spesso questi spiedini con due o tre polpettine.
Se vi siete mai chiesti cosa fossero ho la risposta: sono takoyaki, ovvero polpette ripiene di polipo impanate e o fritte o cotte nel forno. Qualcosa che rimetterebbe al mondo chiunque.
I giapponesi, come ho già avuto modo di dire, sono decisamente avanti rispetto a chiunque altro: dove mangiare i takoyaki con tranquillità se non sul treno superveloce Shinkansen?
Le stazioni giapponesi sono come gli autogrill: parchi divertimenti ben più simili ai nostri aeroporti. Lucenti, splendenti, perfette, puntuali e con tanti negozietti di bento, souvenir e, appunto, cibo.
I takoyaki sono un classico cibo giapponese d’asporto.
Nel vedere i nostri occhietti brillanti e pieni di stelline Okasan (… devo ben definire il grado di parentela tra me e la madre della moglie di mio cugino, se un grado di parentela esiste) ha preso l’iniziativa e ci ha comprato alcune scatole di takoyaki. Manco i bambini dell’asilo, però provate voi a ordinare una ventina di spiedini in giapponese e poi ne parliamo.
Deliziosi, ustionanti, soddisfacenti.

Yakitori
Credo che gli yakitori siano il cibo che più ho mangiato in Japan dopo gli onigiri: questi spiedini di pollo sono straordinariamente buoni.
“E vabbè, è pollo” direte voi.
“Oh, il pollo giapponese deve essere diverso”, risponderò io.
Eccellenti in qualsiasi versione: con salsa, senza salsa, solo con sale, impanati, da mangiare in numero imbarazzante (i giapponesi poi mangiano poco. Penso d’aver traumatizzato qualche cuoco con tutti i piatti che continuavo a ordinare).

I dolcetti di riso
Ahahah.
Ora veniamo al bello, ovvero a cosa non mi è proprio piaciuto.
A quanto pare questo post parlerà solo di spiedini perchè, infatti, sto per parlarvi dei famigerati spiedini di mochi, ovvero riso fermentato fino a farlo diventare colla, aromatizzato in varie versioni, appallottolato e infilzato.
Okasan ci raccontava che a Capodanno ci sono dei casi di morte a causa di questi dolci: gli anziani e i bambini ne sono così ghiotti che si soffocano mangiandoli (ebbene sì). Fortunatamente non corro questo rischio in quanto non li ho esattamente trovato di mio gusto.
Eppure in Giappone li vendono ovunque e sono apprezzatissimi come regali: se vedete delle belle scatole decorate vi assicuro che sono proprio loro, i mochi.
E’ come masticare enormi chewing gum. Mangiarli in estate con trenta e passa gradi e un’umidità del 90% è stato pressapoco avventuroso.

Sezione “spiedini” conclusa.
Alla terza puntata, allora.

Pubblicato in:  on novembre 26, 2009 at 11:42 am Commenti (3)
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Jimmy Choo for H&M. Considerazioni.

Gentili signori Hennes e Mauritz,

sono sempre io, la vostra affezionata Sybelle, colei che con i suoi acquisti ha pagato l’istruzione ai vostri pargoli.

Vorrei parlarvi della vostra ultima grande idea, ovvero la capsule collection di Jimmy Choo.
Ha avuto molto successo, sicuramente maggiore di Comme des Garçons (non capita dalle folle) e Matthew Williamson (incomprensibile da chiunque): immagino che vedere i loro capi giungere fino ai saldi sia stato tragico.
Quindi avete investito verso un colpo sicuro: Jimmy Choo è nel vocabolario di chiunque abbia visto Sex and the City, Il Diavolo veste Prada e letto una qualsiasi rivista.
Le code e la ressa lo dimostrano: avere colpito nel segno. Se delle ragazze sono disposte a stare in fila fin dalle 2 di mattina del 14 Novembre e sottostare a severe norme pur di comprare un paio di scarpe…

Che poi, vogliamo parlare delle scarpe?
Per una collection invernale ci avete proposto sandali. E ripeto: sandali!
Voi istigate le giovini donzelle a indossare leggins e calze a vista, le spronate verso i malanni di stagione, le etichettate come prossime vittime della suina!
Non sono scarpe, sono minacce!
E non ditemi che “C’erano anche le scarpe chiuse” perchè quelle scarpe in finto rettile tempestato di cristalli e borchie non sono definibili come tali.
Non sapete inoltre la soddisfazione nel vedere che le uniche scarpe rimaste nel vostro negozio alle ore 19 erano le pumps tigrate. Ah!

Per il resto mi avete delusa: vogliamo parlare del rapporto qualità-prezzo?
Avete fatto pagare un’etichetta blu di 4 centimetri per 1.
Jimmy Choo, Manolo Blahnik, Salvatore Ferragamo non sono famosi solo per i modelli di scarpa: sono celebrati perchè quando si indossa una delle loro creazioni è il piede a sentire la differenza.
Ora ditemi come delle ragazze potranno camminare su quei tacchi su cui non è stato certo fatto lo stesso lavoro, create in maniera rudimentale, senza considerare equilibri e sagomature.
E i pellami? Alzo un sopracciglio, voi capirete.

Tutto questo a prezzi non ha H&M, è chiaro.

E ora la beffa.
Avete organizzato la vendita con minuzia: le prime 160 persone avrebbero ricevuto il braccialetto numerato e non avrebbero potuto acquistare più di un capo per tipologia.
Ecco, volete ridere? C’è gente che si è messa in coda all’alba, ha comprato le scarpe e le ha rivendute fuori dal negozio a prezzo raddoppiato. Non è triste?
Per non parlare di eBay: è ormai pieno delle sospirate creazioni a prezzi rimpolpati.
Io mi sentirei un po’ in colpa: ci sono persone che sfruttano le debolezze delle shopaholic.

Io avrei voluto i bracciali borchiati e le ballerine.
Davvero, mi sarei messa in fila presto (ma non così presto) e avrei aspettato.
Quando poi ho scoperto che non avrei potuto acquistare tutti i braccialetti per la regola sopracitata mi son innervosita: voi stessi li proponete così, in quella combinazione.
A questo punto vado dal mio fidato banchetto in Piazzola e mi faccio preparare un bracciale borchiato come si comanda.

Sono però disposta a perdonarvi.
Ho una proposta: fate una collezione con Vivienne Westwood.
Il nome non è così popolare da attirare le masse ma richiamerà un pubblico sicuramente sapiente.
Se poi contenete i prezzi ve ne sarei grata.

Ci vediamo da Sonia. Rykiel.

Yours,

Sybelle

Pubblicato in:  on novembre 15, 2009 at 6:55 pm Commenti (7)
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Food in Japan/1

(della serie: se il post sulla moda era prevedibile, quello sul cibo giapponese era essenziale)

Come ho più volte detto, io sono una persona imbranata: non dico mai le parole giuste al momento giusto e sono impacciata nell’arte della conversazione.
Eppure quando si parla di cibo posso mostrare una loquacità alquanto preoccupante.

Come non potevo parlare delle mie esperienze gastronomiche in Giappone?
Giacchè non si parla solo di sushi e sashimi, pietanze ormai di tendenza in Italia: ho volutamente sperimentato tutto.

Onigiri.
Ne ho mangiati quanti? Trenta? Quaranta?
Sono polpette di riso ripiene e avvolte nell’alga nori. Dato che quest’ultima deve essere croccante i giapponesi hanno studiato un ingegnoso sistema per avvolgere riso e alga in modo che si tocchino solo all’apertura. Geniali, ovviamente.
E ora lo proclamo: io voglio gli onigiri in Italia.
Aprirei un’onigireria anche ora. Magari non con questo nome, ecco.
Dentro alle polpette tradizionalmente triangolari si trova qualsiasi cosa: tonno, salmone, umeboshi, carne e maionese, uova di pesce, e così via.
Le vendono in qualsiasi 7/11, i piccoli supermercati sempre aperti presenti ovunque (a parte a Koyasan, la città dei monaci buddisti) e costano una sciocchezza: 100 Yen, ovvero 70 centesimi di euro. In Italia non ci compri nemmeno un pacchetto di chewing gum.
Sono così buoni, così croccanti, così perfetti, così giapponesi, così… così riso!
Dopo lo Starbucks proclamo quindi il mio eterno amore per qualcosa che non troverò mai in Italia, temo.

Ramen.
Non ha niente a che fare con quello che vendono in Italia, una zuppetta trasparente in cui sono immersi i noodle e qualche verdura. Macchè.
Il ramen giapponese è preparato in mille versioni e hanno ristoranti che servono esclusivamente quelli.
In brodo, asciutti, con carne, con pesce, con tempura, con qualsiasi cosa che potete immaginare.
I giapponesi sono organizzatissimi (ma va!): spesso accade che all’esterno del ristorante ci sia una macchinetta in cui pagare il ramen prescelto, ritirare un ticket, sedersi, consegnare il ticket ed essere serviti. Facile e utile per evitare i disastri con la lingua locale. Adottano questo sistema ovunque, anche negli autogrill (… ora che ci penso: dovrei scrivere un articolo solo sugli autogrill giapponesi. Meriterebbe).
Uno dei ramen che ho assaggiato era col brodo e la carne: succulento, saporito, con tanto sesamo e verdure, questi spaghetti sono stati meravigliosi.
Certo, l’usanza vuole che si risucchino gli spaghetti senza alcuna vergogna. Per loro è normale, per noi imbarazzante.

Shorompo.
Alzi la mano chi non ha mai visto Ranma 1/2, l’anime del ragazzo che, quando veniva bagnato dall’acqua fredda, si trasformava in ragazza.
Per chi se lo fosse perso spiegherò cosa sono gli shorompo: sono i ravioloni che il maestro Happosai mangiava continuamente. Sono enormi ravioli bianchi ripieni di carne, bollenti e ottimi.
Immaginate i ravioli del ristorante cinese. Moltiplicateli per venti. Ed ecco lo shorompo!
Trovati all’autogrill. Credo che la commessa non abbia mai visto nessuno così felice d’ordinare un raviolo.

Frutta
La frutta in Giappone non esiste.
Non la coltivano, la importano e costa una follia.
Volete fare un regalo molto importante? Regalate una cassa di pesche: queste sono molto grandi, avvolte una ad una in una spessa rete protettiva, lucidate e disposte con cura in una cassetta di cartone.
Io una pesca giapponese l’ho comprata: 3 euro e 50 di pesca sugosa e invitante.
Uva. Stesso discorso: chicchi fuori misura come il prezzo.
Il resto viene tutto servito sotto gelatina: i giapponesi metterebbero qualsiasi cosa sotto gelatina, credo ci farebbero volentieri il bagno! Hanno anche le bevande gelatinose: si compra la bottiglietta, la si agita e i pezzi di gelatina si uniscono al succo. … un commento spassionato: bah.

A presto una seconda puntata.
E anche una terza, a questo punto.

Pubblicato in:  on novembre 13, 2009 at 7:47 pm Commenti (4)
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Ci vuol pazienza…

Nella mia lunga carriera di essere umano ho potuto appurare di possedere una certa dose di pazienza.
A quanto pare ne ho abbastanza  e riesco a dosarla nel migliore dei modi.

Ci sono però dei casi in cui vorrei sfoderare un lanciafiamme e fare una strage.
Non è questione di acidità (o forse non solo) ma di vivere civile.

Ecco quindi la mia personale lista di tipologia di persone di cui farei volentieri a meno:

a) quelli che attraversano la strada col rosso.
Sì, i pedoni che si buttano in mezzo sebbene il loro semaforo sia appena diventato rosso, anche se c’è un traffico allucinante, specialmente se ti hanno visto arrivare in auto da mezzo chilometro. I peggiori sono quelli che, attraversando sulle strisce, pretendono d’aver ragione. Cos’è il semaforo, un optional? Poi se la prendono comoda, con calma, ma certo, mentre dietro quattro auto suonano e sfanalano.

b) quelli che in treno parlano al telefono a voce alta.
Tipo la ragazza che ho di fronte in questo preciso momento.
Magari hanno anche mandato il messaggio “Vi preghiamo di abbassare le suonerie del cellulare e la voce per non disturbare gli altri viaggiatori” ma loro niente, se lo sono perso perchè stavano chiacchierando dei loro sacrosanti affari.
Quindi a me e a tutti i vicini tocca sorbire l’intera vicenda di Alby che alla festa di ieri sera ha fatto chissà cosa, poi la “pizzetta” di stasera a cui non sa se andar o meno, gli scoop, i gossip, la ricetta dei calamari ripieni e gli impegni di lavoro.
E basta. No, dico, e basta!

c) quelli che saltano le code.
Magari c’è tanta gente e loro si reputano delle volpi.
Sono quelle persone che avanzano pian piano facendo finta di niente, fischiettando, guardando in aria. Guadagnano un passo dopo l’altro fino a passare una, due, tre persone. Poi costantemente verrà fuori che stavano tenendo il posto per altri quindici amici.
Cioè, ho scritto “Demente” in fronte, per caso?

d) coloro che si piazzano in mezzo alla strada, al binario, al marciapiede mentre hai fretta.
Improvvisamente… BAM! Si bloccano, diventano delle statue e tu rischi di travolgerle.
Simpatiche ma mai quanto i gruppi di amici o parenti che decidono di fare conversazione nel centro di una via trafficata bloccando il via vai. Spostarsi no? Beh, no.

e) questi li amo particolarmente: nell’era dell’iPod c’è qualcuno che vuole distinguersi e condividere la propria musica col resto del mondo. Capita quindi di incontrare gente che ascolta Nek o Gigi d’Alessio direttamente dal vivavoce del cellulare, oppure tutta la compilation delle suonerie hit della stagione. Cioè, voglio dire: Nek. Ecco, ci siamo capiti.

Basta.
Queste sono le mie cinque categorie.
Sono sicura che me ne verranno in mente altre.
Le vostre?

Fashion in Japan

(della serie: tanto lo sapevate che prima o poi questo post sarebbe arrivato)

Quando ci sono le settimane della moda ci si chiede spesso “Chi avrà mai il coraggio d’indossare tali scarpe, portare tali vestiti, comprare certe borse”, insomma, “osare così tanto”?
La risposta è: i giapponesi.

Per loro lo stile è una questione estremamente personale e fondamentale: se io apro l’armadio e prendo una maglietta, un paio di jeans e delle scarpe per esser soddisfatta loro hanno molte più variabili. La shojo (ragazza) media si preoccuperà di: maglietta, jeans, calzini, scarpe, cappello, collana, unghie, elastici per capelli, borsa, portachiavi, ombrello. E tutto dovrà essere rigorosamente, precisamente e straordinariamente coordinato. Impressionante. Io impazzirei dopo tre giorni.
I negozi sono colmi di set già pronti di tutti questi oggetti dallo stesso stile, linea e colore. Volete vestirvi a quadretti arancioni? Prego, accomodatevi.
La questione si replica per quanto riguarda gli abiti tradizionali, ovvero kimono e yukata: la fantasia del tessuto andrà abbinata agli zoccoli, al ventaglio, ai fermagli per capelli, alla borsa, alle unghie, al trucco.
E’ stato strano notare come indossino tranquillamente i loro abiti tradizionali: se noi andassimo in giro con i nostri abiti tipici regionali ci sentiremmo a disagio. Per loro invece è normale: li usano quotidianamente e credo si stupiscano dell’attenzione che ricevono dai turisti. (n.b. indossare uno yukata è stato un’esperienza: camminavo con passi minuscoli e sembravo un pinguino, l’obi mi stringeva terribilmente in vita e con le maniche larghe mi sentivo un pipistrello. Divertente).

Dal lato totalmente opposto invece ho notato un tentativo d’imitare il più possibile la moda occidentale.
Non importa quanto sia scomodo, è una questione di principio.
In Giappone le scarpe per donna raggiungono al massimo il numero 38: hanno piedi piccoli, proporzionati alla loro esile conformazione fisica, e spesso le firme occidentali non producono scarpe così minute. Morale? Indossano comunque le calzature che, larghissime, scivolano a ogni passo rimanendo ancorate a terra. Una prassi molto comune.  Come facciano a non inciampare è un vero mistero.
Il 90% delle ragazze indossa sempre tacchi altissimi, strumenti di tortura da cui io potrei cadere nel giro di cinque minuti. Esili, leggere, minute, loro li portano con assoluta naturalezza.

C’è solo un unico comune denominatore di tutte le tendenze giapponesi: bisogna risultare kawaii, ovvero carini.
Anche se sei una gothic lolita sarai kawaii.

E se voi uomini pensate che sia una questione prettamente femminile, beh, devo contraddirvi: gli shonen (ragazzi) si inerpicano su zeppe spaventose. Ebbene sì.

Insomma, avete presente un manga? Come si vestono?
Identici. Cosplay compresi.

(io adoro i giapponesi. Non si era capito?)

Pubblicato in:  on novembre 6, 2009 at 7:30 pm Commenti (2)
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