Ode alla stazione

Ammettiamolo: la stazione di Bologna non possiede alcun fascino.

Io ho un’idea un po’ Ottocentesca delle stazioni ferroviarie, creata da film e fumetti: un po’ oscura, avvolta nel fumo più denso e grigio, con facchini che spingono carrelli carichi di valigie, gente che corre e coppie che si scambiano gli ultimi strazianti saluti.

Un ideale simile lo incarna, che so, l’imponente stazione di Milano.
A Bologna la situazione è un po’ diversa.

Innanzitutto i facchini non esistono da almeno trent’anni, e va bene.
Al loro posto ci sono gli spacciatori.
Pensa un po’, che ottima evoluzione: ti portano sempre i pacchi, ma il contenuto cambia vagamente.
Oltretutto ora imperversano vecchine che si ostinano a portare su e giù per le scale (giacchè di scale mobili non se ne parla) non una, non due, ma tre o quattro valigie e un sacco enorme dell’IKEA contenente il pranzo anche per l’eventuale controllore. Signora, la prego, desista!

Se la gente corre è perchè insegue un ladro, che assume le sembianze più innocue: una volta, mentre ero all’ex McDonald sul binario 1, un ragazzino con zainetto in spalla ha tentato di rubarmi la borsa (e si è beccato le mie poderose unghie sulla manina). Un liceale!
Nemmeno le persone in ritardo corrono: ci rinunciano, piuttosto che fare lo slalom tra la folla che manco Tomba ai tempi d’oro.
Quindi sì, solo per i ladri si corre.

L’unica vera attrazione era l’annunciatore col suo meraviglioso accento emiliano, ma ora è stato sostituito da un’algida voce preregistrata.
Ammetto che mi manca. ‘Il treeeno rezionaaale proveniente da Porrrettta è in arriiivo al binaaario due piaSSale ovesht!’ era un’istantanea cura contro il cattivo umore.

Che poi pensi: ‘Ah, ho mezz’ora di tempo, vado a fare colazione!’.
No! non lo fare!
L’unico bar decente (la tigelleria all’angolo del binario 1, verso i binari ovest) apre a orari lunatici (dipende da come si svegliano i gestori, credo) e, dato che il McDonald e l’annesso bar sono stati chiusi (misteriosamente! erano così comodi…) l’unica alternativa rimane un orribile bar accanto alla suddetta tigelleria.
Entri e trovi la risposta a ‘Che fine faranno gli anni 80′? Non sono mica passati. Anche i panini risalgono a quell’epoca.
La colazione al bar dovrebbe essere rigenerante, mentre qui diventa esasperante. Non imputo la lentezza, ma quelle brioche e quel cappuccino, queeel cappuccino. Te lo servono, lo guardi, ti deprimi.
Semplice!

L’innovazione è giunta sottoforma di schermi piatti sparsi ovunque che trasmettono trailer e pubblicità a rotazione con audio annesso.
Quindi se vuoi sentire ciò che dice l’annunciatore sul suo treno in ritardo di centosessantatre minuti devi aver fatto un corso di intercettazioni per distinguere le parole tra i jingle e le colonne sonore degli spot.
Credo infatti che li abbiano tolti dopo gli attentati dei viaggiatori.

E ora il prontuario per chi si accinge a comprare il biglietto.
Evita le biglietterie. Davvero, evitale.
Ce n’è anche una ‘veloce’, riservata a chi deve prendere il treno entro quindici minuti. Ovviamente ha la fila più lunga, che lo dico a fare?
Dirigiti alle macchinette: sono veloci e indolore. A meno che non trovi l’esemplare di ‘invornito’ che non capisce che lo schermo è touch e lo fissa concentrato con la classica espressione ‘O me o lui! Ne rimarrà solo uno!’, aspettando che cambi qualcosa. Highlander, per te c’è la biglietteria.
Inconveniente delle macchinette: gli accattoni che richiedono il tuo resto. Io ormai li conosco tutti e li ho classificati per il grado di insistenza e pericolosità. Anni fa c’era un ragazzo che, all’ennesimo incontro, voleva seguirmi ovunque andassi.
Alcuni infilano le mani proprio mentre le monetine cadono, le prendono e scappano. Non che mi sia successo, ma si è visto.
Sempre più allegria in questa stazione, no?

Non voglio nemmeno parlare del caos che si crea durante gli eventi fieristici, come il Motor Show: mi limito a dire che sarebbe un altro caso perfetto per usare il lanciafiamme da borsetta.

Il cambiamento sta arrivando: il concorso per la nuova stazione è stato chiuso e abbiamo un vincitore.
Il progetto è stato realizzato da un architetto giapponese.
Quando ne ho visto le foto e i plastici ho pensato volessero smontare e rimontare la piscina olimpionica di Pechino, e dipingerla di bianco.
Sì, sarà tutta bianca.
Cioè, rimarrà tale per dieci minuti, poi passerà il bus 33 e lascerà una striscia grigia d’inquinamento.
… ma la legge che imponeva che tutti gli immobili del circondario fossero tinti delle tonalità del rosso che fine ha fatto?
Hanno pensato che così quando Montezemolo arriva in elicottero la trova al primo colpo?
Sarà a due piani, con scale mobili e strane colonne, dalle forme un po’ ondeggianti.

Speriamo che rimettano l’annunciatore bolognese.

Comunicazione di servizio

Annuncio rivolto a tutti quelli che giungono a questo blog cercando ‘Come costruire un lanciafiamme?’, ‘Portata lanciafiamme’, ‘Lanciafiamme portatile’ e così via.

Siete vagamente nel posto sbagliato, ma ammetto che ogni volta mi fate sorridere, cari simpaticoni belligeranti.

Published in: on gennaio 5, 2009 at 9:50 pm  Commenti (6)  

Orgoglio e Shopaholic

Una shopaholic è una persona con un alto tasso d’immaginazione, dicevo alla mia testina abitata mentre scorrevo e cassavo tutti gli abiti da Comptoir des Cotonniers.
Cercavo di spiegargli qual è la logica che governa una mente simile, o forse solo la mia mente in particolare, e lui perplesso mi seguiva.
Non parlo delle fashion victim, che acquistano un certo capo perchè è di una marca, perchè è in voga, perchè fa status, senza nemmeno un briciolo di critica.
Sono tra coloro che, per esempio, quando notano un paio di scarpe non solo se le immaginano ai piedi, ma si creano le combinazioni con gli altri capi dell’armadio, individuano una situazione, un modo e un perchè, creando una sorta di ciak da film. E’ un flash, un colpo di fulmine dato dalla sensazione tattile, dalle ombre del tessuto, dal pregio del materiale (aborriamo la plastica, prego), dal colore che non è mai uguale a un altro, dall’eccentricità di un solo piccolo particolare.
Un oggetto dice qualcosa in una frazione d’istante, mi colpisce e mi ferma.
E’ un processo spontaneo, è difficile liberarsene.

… cosa non ci si inventa per legittimare un’ossessione, no?

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