Voglia-tevi bene 4/La cotoletta alla bolognese

Stamane avevo in mente un post sul mare. Un post triste, malinconico.
‘Perchè tergiversare sulla mestizia?’, ho pensato, e la solita lampadina si è accesa.

Oggi vi parlerò di una delizia che sconquassa anche gli appetiti più forti e vivaci.

Se passate a Bologna fermatevi in un informalissimo ristorante chiamato Mulino Bruciato.
E’ il posto in cui si ritrovano tutti i tassisti della zona dato che rimane aperto fino alle due (e anche le tre) di mattina, sempre pronti a cucinare e servire i più tenaci.

Io e i miei compari ci andiamo solitamente a tarda ora, e i camerieri ci conoscono bene. Sono simpatici, loro, e sanno che non appena varchiamo la soglia devono mettere il cuoco in allarme.

Quando arrivano al tavolo iniziano a snocciolarti il menù con memoria perfetta nominando piatti da infarto.
Caramelledipastaconradicchio.
Strozzapretizucchinepancetta.
I gnocchettiverdialgorgonzola!
Per non parlare dei mitici raviolitartufatiincoccio che un amico ha gustato mentre noi eravamo al dolce. Anche se l’abbiamo mandato dall’altra parte della sala col suo rovente piatto ne sentivamo il profumo.

Per molto tempo abbiamo optato per un tris di primi.
Poi un giorno ci siamo chiesti ‘Se i primi sono così buoni, come saranno i secondi?’.

E ci si è aperto un mondo.

L’universo della cotoletta alla bolognese.
Cioè, io sono bolognese e non ne avevo mai sentito parlare. Perchè, perchè?

Vi arriverà un grande piatto con una generosa porzione di carne.
D’accordo, ‘generosa’ è un eufemismo: pantagruelica è il giusto aggettivo.
Due cotolette a testa, impanate e fritte. Sottili e gustose.
Basterebbero queste, ma il bolognese style prevede una fetta di prosciutto crudo. Una spessa fetta, per inciso.
Finito? No. Arriva il colpo di grazia: tutto questo è ricoperto da una colata di formaggio fuso unito a panna.
Ripeto: formaggio fuso e panna.

Fate un rapido calcolo delle calorie.
E non pensateci più.

Si scioglie in bocca e, come nella migliore tradizione emiliano-romagnola, un intenso gusto casereccio vi coglierà impreparati.
C’è il croccante della cotoletta. Il salato del prosciutto. Il morbido del formaggio fuso. La freschezza data dalla panna.

Non terminarla è un segno di debolezza. E’ un’onta. Una tragedia.
Se riuscite a sopravvivere al tris di primi e alla cotoletta potete venirmi a sfidare (nel mio background c’è il titolo di ‘Oscura Fogna’, e sono a capo di una gilda di mangiatori provetti).

Esagero? No.
In un’occasione abbiamo vissuto un momento di vero panico.
In una ventina ci rechiamo nel ristorante proprio per la cotoletta. Finiamo i primi e al momento di ordinare i secondi il cameriere ci dice:
“La-friggitrice-è-rotta”.
… come?
… cosa?
Occhi sgranati. Agitazione.
NO!
“Porto la mia, la vado a prendere a casa!”, ha proposto un amico mentre il povero cameriere ci osservava con aria perplessa.
Qualcuno (io) si è trasformato in una statua di sale.

Ci sarà un perchè.
E’ divina.
Risolleva dalla depressione più totale.
Trasforma le giornate e le serate.

Provate.

La playlist del buonumor!

Il risveglio è il momento critico.
L’allarme suona e io annaspo per spegnerlo o rimandarlo. Altri cinque minuti, please, costantemente.
Ci vorrebbe un distributore Starbucks proprio accanto al letto: ogni mattina, non appena la sveglia scatta, dovrebbe arrivare un Cappuccino Venti bollente e pronto all’uso.
Il mio cervello non ne vuole sapere di mettersi in moto e, se va proprio male, non lo farà per tutta la giornata.

Però la musica aiuta. Anzi, è fondamentale allo scopo.
Se poi è una giornata difficile è assolutamente consigliabile assumere un certo quantitativo d’energia formato mp3, preferibilmente.

Cuffie nelle orecchie, e via.
iPod inserito nella docking station, e scatta il delirio.
Nelle rarissime volte in cui mi metto al volante ho bisogno di un cd con certe canzoni che poi canto come una folle, manco stessi facendo un musical.

Ecco quindi la mia personale selezione per iniziare bene la giornata.
Se considerate che in un certo periodo riuscivo ad addormentarmi solo se ascoltavo gli Smashing Pumpkins (ero totalmente assuefatta), potete immaginare che razza di accozzaglia musicale mi auto-propino con assoluto piacere.

- Blur > Song #2
(Con questa canzone posso sfasciare qualsiasi cosa)
- Boston > More Than a Feeling
- A.B. O’Neill > California
(scoperta grazie a Grey’s Anatomy)
- Coldplay > God Put a Smile Upon Your Face
- Daft Punk > Around The World
(ormai inestricabile dal suo fantastico video)
- Foo Fighters > The Pretender
(nel video si concretizza la mia idea di musica veramente esplosiva, come dovrebbe essere)
- Franz Ferdinand > Do You Want To
- Moby > Bodyrock
- Muse > Supermassive Black Hole
- Nightwish > Dark Chest Of Wonders
- Nightwish > Wishmaster
(metallari unitevi!)
- Propellerheads > History Repeating
- Rammstein > Sonne
- The Smashing Pumpkins > The Everlasting Gaze
- Subsonica > Disco Labirinto
- Subsonica > Nuova Ossessione
(vi sfido a restare fermi ascoltandola)
- System of a Down > Chop Suey
- The Strokes > Reptilia
- Within Temptation > Hand Of Sorrow
- The Clash > Rock The Casbah
- Verdena > Muori Delay

Giusto una piccola scelta.
Suggerimenti?

Pubblicato in:  on Marzo 27, 2009 at 2:40 pm Commenti (7)
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Diet Coke feat. Duffy

Un giorno vai al concerto di Duffy, cantante del Galles ascesa al successo con Mercy.
E’ giovane, bionda e con una voce inconfondibile.
Cosa farà mai nelle pause tra una canzone e l’altra? Si accascerà sulla prima sedia che trova madida di sudore con un asciugamano in una mano e una serie di bevande energetiche nell’altra?
No, Duffy in realtà è Wonderwoman, e se ha due minuti liberi prende la prima mountain bike che trova e va a farsi un giro, che tanto dei controlli di sicurezza non c’è manco l’ombra.
Sarà il sorso di Coca Cola Light ad averle istillato quest’assurda idea?
Quindi inizia a pedalare in una città fantasma, cantando allegramente.
Vede un supermercato 24/24, e ci entra. Con la bicicletta. Eh, chi non lo fa? Forse non ha tempo da perdere. Non deve nemmeno essere la prima volta che combina una cosa simile, dato che il commesso, non appena la vede, sorride come se pensasse ‘Ancora tuuu?’.
Quindi si avvia a tutta velocità tra surgelati e merendine, spargendo canto e felicità.
… ma perchè proprio in un supermercato? Non ci è dato saperlo.
Esce, e viene notata da una ragazzina che, in auto con le amiche, si trucca. Forse perchè i suoi genitori non glielo permettono, e lei è così ribelle da aggirare il problema? Poi, quante sono in quell’auto? Andiamo avanti.
Continua a pedalare nelle vie deserte con uno stile che manco al giro d’Italia.
Ecco, forse si sta allenando a questo scopo!
Torna al teatro, abbandona il bolide scaraventandolo alla meno peggio, ed è ancora in tempo, ce la può fare, non sono ancora passati due minuti!
Tutto grazie alla Coca Cola Light! Hello you!
… ma ‘hello’ cosa?
Che senso ha questo spot?

Con la Coca Cola Light può rimanere così in forma da non stancarsi mai?

La chiave di lettura sta nel testo della canzone, ‘I’ve got to be me’ di Sammy Davis Jr.

I want to live, not merely survive
And I won’t give up this dream
Of life that keeps me alive
I gotta be me, I gotta be me
The dream that I see makes me what I am

I’ll go it alone, that’s how it must be
I can’t be right for somebody else
If I’m not right for me
I gotta be free, I’ve gotta be free
Daring to try, to do it or die
I’ve gotta be me

… Oh cara Duffy.
Vorresti dirmi che non sei contenta della tua vita?
Che vuoi essere libera?
Che vuoi essere te stessa?
Cioè, non sei felice di fare la cantante, ti senti costretta, devi scappare nelle pause del tuo concerto?
… ma io ti mando a lavorare in una piadineria romagnola a strisce bianche e rosse a Milano Marittima!

Non mi pare una scelta così azzeccata.

Analizziamo inoltre come hanno vestito la nostra artista:
- Maglietta a righe bianche e nere di pailettes.
- Shorts di jeans.
- Calze coprenti blu.
- Ballerine blu scuro.
- Cinturone rosso.
- Fascetta rossa attorno al collo.
… ma dove vuoi andare vestita così, tu?
Chi se ne è occupato? Chi è?

Ora passiamo alle note dolenti. Letteralmente.
Premetto d’aver adorato il suo primo singolo, Mercy: Duffy ha una voce particolare, insolita.
Eppure in questo spot risulta veramente fastidiosa, soprattutto nel finale.
La prima volta che ho visto questa pubblicità ero in cucina, e quando ho sentito l’attacco finale (‘I’ve gooot to be meee’) mi son venuti i brividi. Mi son affacciata in salotto e ho scoperto l’arcano.

Duffy, perchè hai accettato di girare questo spot? Che ti hanno fatto?
L’Agenzia Mother London ne è la realizzatrice, e proseguirà in questa campagna dal valore di 35 milioni di sterline che, oltretutto, ha come claim principale la frase “I’m no superwoman”. No, macchè, ma va. Credibilissima.

Non capisco. Probabilmente sono una voce fuori dal coro.

Pubblicato in:  on Marzo 26, 2009 at 2:26 pm Commenti (9)
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Moi Je Joue

A fronte dell’abnorme quantità di persone che son giunte a questo blog cercando il significato della canzone Moi Je Joue di Brigitte Bardot, soundtrack dello spot Miss Dior Cherie, mi rendo disponibile a dar lumi.

Jouer è un verbo francese che significa sia ’suonare’ che ‘giocare’, e nella canzone è usato nella seconda accezione. Però è anche un sostantivo, ‘guancia’.
Quindi il titolo è traducibile con ‘Io gioco’, con una doppia affermazione del soggetto data la compresenza di Moi (Io) e Je (ancora io, prima persona singolare).

Quindi ecco la mia personalissima traduzione della prima strofa:

Moi je joue
Moi je joue à joue contre joue
Je veux jouer à joue contre vous
Mais vous, le voulez-vous?
De tout coeur
Je veux gagner ce coeur à coeur
Vous connaissez mon jeu par coeur
Alors défendez-vous

Io, io gioco.
Io gioco a guancia contro guancia
Voglio giocare vicina a voi
Ma voi, lo volete?
Con tutto il cuore
Voglio vincere questo cuore a cuore
Voi conoscete il mio gioco benissimo
Allora difendetevi!

Spero di esser stata utile.
Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ‘trasformata’ in un’insegnante?
Pensa te…

Pubblicato in:  on Marzo 25, 2009 at 1:01 pm Commenti (8)
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Voglia-tevi bene/3 – I Macaron

Disclaimer: questo post sembrerà estremamente esagerato e delirante, ma assicuro che tutto ciò che ho descritto è accaduto realmente.

Ero affranta, ieri pomeriggio. Un’ingiustizia, un imprevisto, il mio morale è crollato.
E Zanarini era chiuso.

Ho optato per una visita da Gamberini, in via Ugo Bassi, pregustando l’idea delle sue leggendarie tortine con i frutti di bosco disposti sulla crema con una precisione millimetrica, che manco l’orologiaio del re (che meriteranno una dissertazione più ampia, prima o poi).
Entro, mi avvicino al banco pasticceria e cerco con lo sguardo i dolci da me desiderati quando…

… o mio dio.
… o mio dio.
… O MIO DIO.

Eccoli.
Li ho cercati a lungo, in Italia.
Mi ero rassegnata.
Ero pronta a un colossale ordine su Internet.
E invece eccoli, disposti su un vassoio.
Piccoli, colorati, inconfondibili.

‘Salve. Desidera?’ mi dice la cameriera, e io mormoro un…
‘Quelli-sono-dei-macaron?’.
‘Sì’.

Mi è venuta la tachicardia.
Sono impallidita.

Pensate di incontrare la vostra cantante preferita. Il vostro attore preferito.
Che ne so, Brad Pitt sulla spiaggia di Cesenatico.
Il vostro scrittore prediletto in coda al supermercato.

A me è accaduta la stessa cosa.
Sono stata colta da un attacco di panico e ansia unite a esaltazione totale.
Nella mia testa risuonava ‘Così parlava Zarathustra’ di Richard Strauss.

La commessa, probabilmente vedendo il mio stato anormale, è venuta dall’altra parte del bancone, al mio fianco, e mi ha illustrato tutti i gusti dei preziosi macaron.
E io non stavo ascoltando. O meglio, non riuscivo ad ascoltare.

Infatti la mia mente era affollata dai seguenti pensieri:
- ‘Li voglio tutti!’
- ‘Non puoi prenderli tutti, dai!’
- ‘Quanto costano?’
- ‘Quanti ne prendo?’
- ‘Oddio, oddio, oddio’
- ‘Perchè non ne sapevo niente?’
- ‘Mantieni un contegno, e che diamine!’
- ‘Non dovrò più ordinarli da Pierre Hermè. Anche se, Pierre Hermè…’
- ‘Sono così cariniiih!’
- ‘Ci saranno quelli al caramello e fior di sale?’
- ‘… cosa sta cercando di dirmi la cameriera?’
- ‘Oddio oddio oddio!’
- ‘Mi devo ricoverare in una rehab per foodaholic, io’
- ‘Ladurée!’

Ne ho scelti tre. Fragola, lampone, arancia. Li hanno disposti su un piattino e io, barcollando, mi sono appropinquata in trance verso il banco bar, ordinando un caffè.

I macaron sono dei pasticcini tondi e colorati composti da due biscottini esterni croccanti e friabili che contengono un’irresistibile ganache vellutata e morbida. Che squisita opposizione!
Ne son rimasta incantata quest’estate a Parigi, durante le mie visite da Ladurée.
Ah… andate da Ladurée.
D’accordo, dovrò dedicare un’altra disquisizione proprio su questa storica pasticceria.

Mi sono quasi commossa ritrovando tutte queste caratteristiche al primo morso del macaron alla fragola.
In mezzo secondo ho inviato sms a destra e a manca per condividere la mia scoperta, ricevendo dei perplessi ‘Embè?’.
No, non potete capire il panico che mi ha colto.

Sapori, sensazioni, ricordi.
La mia madelaine di Proust.

Ho gustato i tre macaron a piccoli, minuti morsi, ho bevuto il caffè. Mi sembrava di compiere un rito mistico.
Sono uscita.
E nella mia testa riecheggiava una sola parola: macaron, macaron, macaron.
Son andata da H&M: macaron, macaron, macaron.
Zara: macaron, macaron, macaron.

Totalmente assente, tra le nuvole, con un’espressione estatica sulla faccia, mi aggiravo per il centro di Bologna, e non pensavo ad altro.

Che qualcuno mi salvi.

Pubblicato in:  on Marzo 24, 2009 at 12:09 pm Commenti (22)
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ParmaWorkCamp & Me

Sapete qual è il punto?
Io sono timida. Timida da far paura.
Che poi non te l’aspetteresti, da un grattacielo come me. Forse.

E’ per questo che il blog si chiama altezzosa, dopotutto.
Per l’ambivalenza del termine:
a) sono alta, altissima, e quando compro scarpe troppo alte devo riportarle indietro perchè sbatto contro le travi delle porte (giuro);
b) perchè sembro altezzosa. Me lo dicono un po’ tutti, prof compresi. E’ un po’ il mio marchio di fabbrica, a questo punto. Ho un centinaio di foto in cui io e i miei amici facciamo gli altezzosi. Siamo ormai esperti.

Quindi a un barcamp, che ci vado a fare?

Ho deliberato che fondamentalmente un barcamp è come un raduno di un gioco di ruolo: mentre per me il ParmaWorkCamp era il primo barcamp a cui partecipavo, dall’altra parte sono una grande esperta dei secondi.
La differenza fondamentale tra i due è: al primo non troverai mai gente vestita da elfo o orco che gironzola con un arco o un’ascia bipenne sulla schiena, non potrai intessere discorsi su quale mossa di scherma medievale avresti dovuto fare per uccidere il nemico (sgualembro dritto o roverso? Son dilemmi, ve l’assicuro) e non dovrai nemmeno sederti al tavolo della tua gilda che, per carità, deve essere il più lontano possibile da quello dei nemici (provate a mettere fianco a fianco vampiri e mannari. Io rido ancora).

Le somiglianze però son molte: le persone vengono riconosciute prettamente dal nome che utilizzano su Internet.
I badge sono riferimenti indispensabili (ma spesso girati o scritti in carattere troppo piccolo).
Non riesci mai a incontrare tutte le persone che vorresti, e te ne dispiaci tantissimo.
Devi attrezzarti di parecchia faccia tosta per presentarti a una persona che ti pare di riconoscere, ma che poi, se non è lei, sai che figura?
Ci sono alcune persone che hai già visto ma che non sai come si chiamino o chi siano, e quando chiedi lumi vieni rimproverata con un ‘Ma cooome? E’ Tal dei Tali!’. E vabbè, abbiate pazienza!
Ci si diverte, si incontrano e conoscono persone di cui si legge ogni giorno da molto tempo.
E’ che poi sono timida, e incespico con le parole. Roba che mi prenderei a testate da sola.

Un barcamp è un’occasione.
Sono approdata su Internet ormai dieci anni fa ed è da ben più tempo che sogno a occhi aperti occasioni simili (a otto anni c’era chi sognava una Barbie. Io volevo un computer). Ho sempre avuto una particolare propensione per la tecnologia, Internet, e così via, ma venivo presa per una vera e propria disadattata (se poi aggiungete il mio impegno in un teatro lirico… 1+1= una folle, praticamente).
E ora? Queste passioni innate paiono quasi legittimate.
Con gli speech si possono scoprire altri punti di vista, altre facce delle questioni. Si impara e si ottengono spunti preziosi e divertenti.

Il ParmaWorkCamp è stato un po’ tutto questo.
Per non parlare della splendida organizzazione.

Beh, inizierò a informarmi sui prossimi eventi.

Che poi io son timida, sì, ma quanto scrivo?

Pubblicato in:  on Marzo 23, 2009 at 7:43 pm Commenti (10)
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Se questa è una vetrina/4

Pasqua!
Liberate gli agnelli, le colombe e fate suonare le campane!
Preparatevi ai pranzi con i parenti, a distruggere con un martello pneumatico le uova di cioccolata e alle prime gite fuoriporta!

E voi che possedete un negozio, preparatevi all’arrivo dell’ennesima festività conciando la vostra vetrina a modo.
Per esempio, così:

Potete ammirare questa mirabile esposizione campagnola nel centro di Pesaro, ma non saprei dirvi il nome del negozio perchè è uno di quei esercizi commerciali che ’siamo-così-minimal-che-manco-un’insegna-per-scherzo’.
Non potrei nemmeno dirvi cosa vendono perchè, effettivamente, non si capisce subito: riuscite a individuare (nell’orrenda foto messa sempre a disposizione con i miei scarsi mezzi, il BlackBerry Pearl), tra un’uovo e un gallo cedrone, gli oggetti in vendita?
Ve lo dico io: collane-very-avanguardia. Altro? Non lo so. Forse manichini di polli?

E io che già pensavo a feste di paese, con tanto di messa parrocchiale annessa.
Un po’ esagerata, a mio parere, come composizione. Tremendamente kitch, se non altro.
E, ovviamente, non passa inosservata ai miei occhi.

Voglia-tevi bene/2 – Chocolateria San Ginés

Mettiamo caso che siate a Madrid, in plaza Puerta del Sol, e che abbiate voglia di qualcosa di dolce. Estremamente dolce. E soddisfacente.
Imboccate calle del Alcalde e oltrepassate negozi di souvenir e ‘musei del prosciutto’ (Museo del Jamon, catena di ristoranti in cui… indovinate qual è il piatto forte?). Soffermatevi un istante davanti al Palacio Gaviria, un palazzo del ‘600 di incredibile fascino e bellezza divenuto ambiente perfetto per eventi e musica fino a tarda notte. E’ quello a fronte dello Starbucks. Però non fermatevi qui (e se lo dico io…). Vicino c’è un piccolo ostello dalle cui finestre si può ammirare la luna che affiora dai tetti.
Proseguite un poco e sulla sinistra troverete una stradina oscura.
Vedete sul fondo la porta verde sormontata da un’insegna dai caratteri dorati, e una scritta al neon rosso? Quella è la Chocolateria San Ginés.
Entrate, nel caso non ci siano i tavolini all’esterno. Non lasciatevi affatto intimorire dai camerieri un po’ burberi e dall’ambiente  piccolo e sicuramente affollato: vi faranno accomodare al piano inferiore, in una graziosa sala con numerosi specchi alle pareti, su divanetti foderati di velluto verde, a tavoli di marmo che saranno lì da cinquant’anni.

Quindi ordinate la chocolate con churros.

La cioccolata calda è densa e amara quanto basta, bollente e pronta a essere gustata con i churros, dolcetti fritti lunghi e, sì, abbastanza insani. I tovaglioni diventano trasparenti all’istante, tanto per darvi un’idea.
Vengono serviti appena cotti, rimanendo croccanti all’esterno ma morbidi dal primo all’ultimo boccone.
Ricordano un po’ i dolci carnevaleschi italiani, ma non riesco a immaginare un preciso corrispettivo.
Immersi nella cioccolata vi apriranno un altro mondo.

Quindi immaginate.
Uscite dal Palacio Gaviria quando? Alle tre e mezza?
D’accordo, alle tre e mezza andate alla chocolateria, pronta ad accogliere i nottambuli.

Oppure pensate.
In un freddo pomeriggio, quando avete bisogno di una coccola.
La chocolate con churros è una buona consolatrice.

Lo so, lo so, è un locale citato da tutte le guide, e per questo penserete che è un postaccio da turisti.
Sì, sarà invasa da turisti, ma non solo.
Ci sarà un perchè, no?

Miss Dior Cherie

Sofia Coppola e Francia.
Come non pensare al recente Marie Antoinette?

Lo spot della fragranza Miss Dior Cherie pare una versione leggera e primaverile di una memorabile scena del film in cui vediamo la giovane regina passare da scarpe (notate le All Star lilla al 10° secondo) ad abiti, da perfetti dolci a giochi.
Una riproposizione senza angosce e sentori di solitudini e disperazioni.


Il backstage della campagna

Rappresenta l’ideale giornata di una giovane parigina alle prese con le pasticcerie color pastello, le gite in bicicletta per le vie di una città che pare fossilizzata negli anni ‘70, la spensieratezza che le permette di sollevarsi in aria tirata dai palloncini e di dondolarsi su un’altalena.

Pare quasi una bambola dell’atelier Dior, la modella Maryna Linchuk, che prova diversi occhiali da sole, corre per i boulevard alberati, passeggia tra fontane e ponti bianchi, si meraviglia davanti ai fiori.
Semplice, così scalza, acqua e sapone.
E che, ovviamente, grazie al profumo trova l’amore.
Facile, a Parigi, no?

Tutto appare luminoso, colorato in maniera delicata.
La canzone ‘Moi Je Joue’ di Brigitte Bardot sottolinea il tono giocoso e vivace dello spot.

Si addice bene al profumo, che si caratterizza per note di mandarino verde, foglie di fragola, violetta, gelsomino, popcorn al caramello, patchouli e muschio.

Lo spot si allinea allo stile scelto per Miss Dior Cherie.


Il backstage del penultimo spot di Miss Dior Cherie.

Le due modelle sono molto simili sia per aspetto fisico che per abbigliamento.
I colori scelti si mantengono sul pastello, con prevalenza del bianco e del rosa, che conferiscono una, a mio parere, azzeccata idea di freschezza.
La ragazza è sempre frizzante, vivace, libera.

Dior mantiene insomma una linea stilistica ben riconoscibile e, secondo il mio parere, affascinante.
Trovo che queste pubblicità siano piccole opere d’arte.

Apprezzo moltissimo la Parigi che hanno dipinto.
Sembrerà strano, ma io penso di averla vissuta anche così: con leggerezza e spensieratezza.
E’ una delle poche città che te lo permettono.
E non parlo delle numerose pasticcerie, dei macaron di Ladurée e delle vetrine perfette.
Mi riferisco a una sensazione. Lo spot sembrava quasi entrar in sintonia con me.
Mi ha colpita al primo passaggio.

Ascanio Celestini

Soundtrack > Nightwish – Walking in the air
(sì, lo so, non c’entra niente col soggetto del post, ma sono nel pieno di un revival metal)

Ascanio Celestini sa come mantenere il ritmo. Certamente.
Entra, si siede e parla per brevi frasi assonanti, rivoltando e capovolgendo le parole per giungere a insospettate conclusioni.
In uno schema A-B-A in cui la B si compone di moduli C-D-C ma anche E-F-E. Per concludere con una A. Un circolo di argomenti e espressioni.
Accompagnato talvolta da un sottofondo di fisarmonica, chitarra e violoncello. I tre musicisti si fermano, si muovono lentamente, le loro luci si abbassano e rimangono quasi immobili nel soffuso.
Propone alcune sue canzoni su dipendenti licenziati, su una prossima e auspicata rivoluzione, su situazioni d’attualità e cronaca. Non fa mai nomi, ne’ cita marche, eppure tutti sappiamo di cosa sta parlando.
Inizia velocemente, Celestini. Come se scagliasse una pietra contro il muro immaginario tra lui e noi, il pubblico.

Ascanio Celestini sa come rimanere serio. Sicuramente.
Così serio che suscita dubbi sulla sua ironia, confermata solo dal lungo silenzio senza applausi da parte nostra, il pubblico.
Parla di quei giornali femminili alti tre dita colmi di pubblicità. Di quartieri romani e della sua famiglia. Di comunisti e marziani. Di lavori in call-center e del Mulino Bianco senza più il fiume accanto. Impersona una certa Marinella e suona un carillon mentre continua a raccontare.
Sa usare i silenzi.

Non si trincera dietro le quinte prima dello spettacolo.
Esce con non chalance, saluta, prende una maglia e fa cenno con una mano come per dire ‘ci vediamo dopo’.
A termine spettacolo, due ore di monologo senza pausa, in cui avrà bevuto piccoli sorsi d’acqua quattro volte, durante il bis, scoppia in una breve risata come se avesse perso il filo del discorso e dice ‘Vabbè, andiamo avanti’.

“Appunti per un film sulla lotta di classe”, andato in scena il 15 Marzo al teatro Fenice di Senigallia, è uno spettacolo tanto divertente quanto acre composto da racconti in cornice.
Provoca la risata spontanea e chiassosa quanto il sorriso amaro.
E lunghi applausi finali di noi, soddisfatti spettatori.