Gentili ascoltatrici, cari uditori,
se stavate aspettando, per puro e masochistico caso, un bilancio ragionato del mio Febbraio devo proprio dirvelo: mi spiace avervi fatto attendere quindici giorni, così come sono affranta nei confronti dei miei pensieri che ho tentato di tener insieme con ago e filo riducendoli in scomposti brandelli.
La vostra cara altezzosa, sempre dal suo onorevole Monte Fato, si accinge a compiere un esercizio di recupero e ricomposizione di quei ventotto giorni per sgraziata utilità personale e gusto del bilancio.
1) Concerti
Band of Horses, Uoki Toki + Pan del Diavolo, Verdena.
Suppongo sia il mio miglioramento più evidente.
Diciamolo, tre generi diversi: mancavano solo i Sonata Arctica e avrei chiuso il cerchio.
Band of Horses
Piadina salsiccia e verdure (perché delle mie scelte gastronomiche ci si deve sempre fidare), panchine ghiacciate, un passaggio improvvisato dalla stazione all’Estragon, ottima posizione, maledetti stivali, benedetti Pocket Coffee, per me dopo “No One’s Gonna Love You” potevano andarsene e avrei lanciato rose sul palco come ai più mirabili cantori.
Deliziosi, perfetti dal vivo, una sensazione di pervasa famigliarità.
Uoki Toki + Pan del Diavolo
Magnolia. Pioggia sottile. Testi mirabili su ritmi interessanti dei primi, potenza e violenza i secondi, di cui annoveriamo la rottura del rullante, troppo provato. Annoveriamo, non piangiamo.
Verdena
Oh, please.
Il nuovo doppio cd mi ha convinta, il concerto mi ha travolta e sconvolta, estenuata ed emozionata. Sorprendenti, alle mie orecchie. Loniterp, Scegli Me. Spaceman, ah! insperata! Lui gareggia, Canos. Muori Delay, mia ossessione. Nuova Luce, Miglioramento, “il fisico ce l’hai per fare la rivoluzione”, e un grido con “Viba”.
La gente mena forte, la sottoscritta ricambia e rischia l’annientamento. Martire per quei bassi distruttivi, che rimbombano nelle ossa.
2) Libri
Momento di stanca per i libri lunghi, che mi rapiscono per troppo tempo e annientano i piccoli tempi da dedicare a pagine e caratteri.
Periodo di totale e incondizionato amore per lei, Amélie Nothomb.
I libri che preferisco sono quelli che mi descrivono e in cui trovo definizioni totali e precise dei miei sfuggenti pensieri. Quindi sono folle di lei, la divina belga.
Da rimanere senza fiato, da non capire come sia possibile una tale empatia, da chiudere il libro e guardare il vuoto per minuti, colta dall’epifania di una sintassi che svela tutti i miei segreti.
Leggete lei, leggete me. Sconvolgente.
3) Scrivere in modo continuativo
Il dolore mette in moto una macchina letale e dolcissima, una fantasia senza alcun sforzo, un susseguirsi frenetico di parole.
Scrivo, spronata da un tubo che mi ha trapassato lo stomaco all’inizio di febbraio. Una prodigiosa capacità.
4) Meno junk food.
No comment.
Si annoverano eccessi con insensato orgoglio.
5) Indipendenza & Autonomia.
Un passo avanti incredibile, nel senso che non ci si può davvero credere.
C’è un “In” – che non è sinonimo di “cool” o altre scempiaggini – davanti a un’altra parola.
E non è indecisa. Né indebitato. Né indecente. Né… oh, suvvia, potremmo andare avanti per ore.
6) Ipocrisie Latenti
In realtà quelle che sembravano soluzioni si sono rivelate mancanze. Per il resto si studia il piano di battaglia.
E fu così, cari amici del “Vado a letto presto, che ci ho del sonno da recuperare”, che io e i Subsonica in cuffia ci siamo persi nella notte.
Ci si vede in una prossima notte di Aprile. A breve, insomma, se vorrete continuare a seguire questa accozzaglia stravagante di termini il cui significato è limpido solo alla sottoscritta, con ogni probabilità.
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