Fight

E fu così che con violenza le aprirono gli occhi e la luce la stordì.

She’s afraid of the light in the dark.

Si sentì sottile come un foglio di carta di riso, leggero e ruvido.

Nel portafoglio si muovevano sterline inglesi, moneta norvegese, franchi svizzeri e euro, e lo prese come un invito del destino a fuggire.

Però lei, sebbene avvezza al melodramma, decise di restare e di guardare direttamente, con occhi accecati dalla luce troppo intensa, la catastrofe.

Combattere.
Combattere.
Tra i singulti.
Combattere.

Published in: on marzo 28, 2011 at 9:40 pm  Commenti (1)  
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Un anello di demoni

La notte prima di partire per il Messico ero convinta che sarei morta. Ero sicura che l’aereo sarebbe precipitato, una sorta di Final Destination insomma.
Ne parlavo con il mio migliore amico del tempo in un’auto con l’aria condizionata accuratamente accesa e sbattevo mani e fronte sul cruscotto pregandolo di fermarmi e quindi salvarmi (pregavo l’amico, non il cruscotto, eh).

Come intuirete l’aereo è giunto prima a Francoforte, poi a Città del Messico e infine a Villahermosa.

Probabilmente avevo solo terrore del caldo afoso del paese, la paura di non riuscire a respirare o dormire (ecco, su quest’ultimo punto vorrei salutare con amore le scimmie urlatrici di Palenque che mi hanno impedito di chiudere occhio per due notti). Alla fine sono tornata viva.

Di Oaxaca ricordo le case basse, il terremoto delle 3 a.m. (… già, le mie notti in Messico non sono state le più tranquille del secolo) e la fiera dell’ambra, una enorme convention in cui potevi trovare la qualunque realizzata nel prezioso materiale.
Inutile dire che io ne sono uscita con l’unico anello di ametista montato su argento di tutto il circondario, che probabilmente mi stava chiamando e che abbraccia il mio anulare destro da quel giorno.
Ricordo di aver mandato un messaggio al mio prezioso amico annunciando la scoperta e con quelle poche parole ho legato un ricordo, creato un collegamento tra lui e l’anello.

Come avrete intuito con quella persona le cose non sono proseguite in maniera eccelsa, anzi, è stato un rincorrersi di lacrime, cornette sbattute con violenza e soffitti fissati per troppo tempo, tanto che avrebbero potuto dire “… Ma che c’hai da guardare?!”, ma l’anello è rimasto al suo posto.

Ai miei occhi la piccola ametista ovale è intrisa dei momenti di dolore, e pensieri, e ansia, e terrore, e la sottile banda d’argento che la circonda contiene e trattiene questi spiriti maligni.

Perché portarlo, direte voi?

Per ricordarmi che io sono precisamente costituita da ogni brivido e angoscia, e che tutte le catastrofi di cui sono stata protagonista potrebbero per riempire un’enciclopedia. Che sono andata avanti nonostante tutto, che sono sopravvissuta a ogni cuore con l’impugnatura che ho conosciuto. Che si continua a respirare anche se non si può stare in piedi e ci si accartoccia a terra. Che le parole scelte non sono mai giuste, ma se ne vorrebbero pronunciare tante e in continuazione quando il silenzio diventa estremo.

Io e l’anello siamo qui. È un vaso di Pandora di cui conosco tutti gli spettri: ce li ho messi io, e me li porto dietro. A volte sembrano guardarmi con apprensione, questi ricordi, come se temessero che non possa resistere a terremoti sempre più forti.
Non glielo posso promettere, ma sono carini.

P.s. Ovviamente il viaggio di ritorno dal Messico è stato terrificante, roba che mi aspettavo una celere distribuzione di santini da parte delle hostess. Karma.

Published in: on marzo 25, 2011 at 8:46 pm  Lascia un commento  
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Con “Il diluvio” dei Subsonica in loop, Febbraio apparve.

Gentili ascoltatrici, cari uditori,

se stavate aspettando, per puro e masochistico caso, un bilancio ragionato del mio Febbraio devo proprio dirvelo: mi spiace avervi fatto attendere quindici giorni, così come sono affranta nei confronti dei miei pensieri che ho tentato di tener insieme con ago e filo riducendoli in scomposti brandelli.

La vostra cara altezzosa, sempre dal suo onorevole Monte Fato, si accinge a compiere un esercizio di recupero e ricomposizione di quei ventotto giorni per sgraziata utilità personale e gusto del bilancio.

1) Concerti

Band of Horses, Uoki Toki + Pan del Diavolo, Verdena.
Suppongo sia il mio miglioramento più evidente.
Diciamolo, tre generi diversi: mancavano solo i Sonata Arctica e avrei chiuso il cerchio.

Band of Horses

Piadina salsiccia e verdure (perché delle mie scelte gastronomiche ci si deve sempre fidare), panchine ghiacciate, un passaggio improvvisato dalla stazione all’Estragon, ottima posizione, maledetti stivali, benedetti Pocket Coffee, per me dopo “No One’s Gonna Love You” potevano andarsene e avrei lanciato rose sul palco come ai più mirabili cantori.
Deliziosi, perfetti dal vivo, una sensazione di pervasa famigliarità.

Uoki Toki + Pan del Diavolo

Magnolia. Pioggia sottile. Testi mirabili su ritmi interessanti dei primi, potenza e violenza i secondi, di cui annoveriamo la rottura del rullante, troppo provato. Annoveriamo, non piangiamo.

Verdena

Oh, please.
Il nuovo doppio cd mi ha convinta, il concerto mi ha travolta e sconvolta, estenuata ed emozionata. Sorprendenti, alle mie orecchie. Loniterp, Scegli Me. Spaceman, ah! insperata! Lui gareggia, Canos. Muori Delay, mia ossessione. Nuova Luce, Miglioramento, “il fisico ce l’hai per fare la rivoluzione”, e un grido con “Viba”.

La gente mena forte, la sottoscritta ricambia e rischia l’annientamento. Martire per quei bassi distruttivi, che rimbombano nelle ossa.

2) Libri

Momento di stanca per i libri lunghi, che mi rapiscono per troppo tempo e annientano i piccoli tempi da dedicare a pagine e caratteri.

Periodo di totale e incondizionato amore per lei, Amélie Nothomb.

I libri che preferisco sono quelli che mi descrivono e in cui trovo definizioni totali e precise dei miei sfuggenti pensieri. Quindi sono folle di lei, la divina belga.
Da rimanere senza fiato, da non capire come sia possibile una tale empatia, da chiudere il libro e guardare il vuoto per minuti, colta dall’epifania di una sintassi che svela tutti i miei segreti.
Leggete lei, leggete me. Sconvolgente.

3) Scrivere in modo continuativo

Il dolore mette in moto una macchina letale e dolcissima, una fantasia senza alcun sforzo, un susseguirsi frenetico di parole.
Scrivo, spronata da un tubo che mi ha trapassato lo stomaco all’inizio di febbraio. Una prodigiosa capacità.

4) Meno junk food.
No comment.
Si annoverano eccessi con insensato orgoglio.

5) Indipendenza & Autonomia.
Un passo avanti incredibile, nel senso che non ci si può davvero credere.
C’è un “In” – che non è sinonimo di “cool” o altre scempiaggini – davanti a un’altra parola.
E non è indecisa. Né indebitato. Né indecente. Né… oh, suvvia, potremmo andare avanti per ore.

6) Ipocrisie Latenti
In realtà quelle che sembravano soluzioni si sono rivelate mancanze. Per il resto si studia il piano di battaglia.

E fu così, cari amici del “Vado a letto presto, che ci ho del sonno da recuperare”, che io e i Subsonica in cuffia ci siamo persi nella notte.

Ci si vede in una prossima notte di Aprile. A breve, insomma, se vorrete continuare a seguire questa accozzaglia stravagante di termini il cui significato è limpido solo alla sottoscritta, con ogni probabilità.

Published in: on marzo 14, 2011 at 11:50 pm  Lascia un commento  
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Quarta pagina

Io e te abbiamo un segreto, straniero.

So che ami le penne a inchiostro nero, che hai una mano leggera e passi – o sei passato – per Bologna.

So che hai un gusto per le cose piccine, che quasi non si notano, che si integrano perfettamente con la realtà fino a chiederti “E’ o c’era già?”, e spingi la sottoscritta a passare le dita sulla carta, a capire se sei passato davvero di lì o sei una semplice illusione.

Io e te abbiamo un segreto, straniera.

Perchè fondamentalmente nella tua calligrafia leggera leggo una presenza femminile. Così come lo scegliere tutti i libri di una scrittrice donna per lasciare una sottile traccia di passaggio.
Quindi mi son convinta che tu, persona sconosciuta e a me affine, abbia qualcosa da dire nella piccola “V” con un punto a fianco che lasci sulla quarta facciata di ogni libro di Amélie Nothomb.
Dici che sei stata lì, saltellante tra quelle parole, e visto che compari su ogni libro della divina belga – e non su altri, da quel che mi risulta – suppongo ci sia una sorta di elezione.

Come un fiore che rinsecchisce tra le pagine pari e le pagine dispari e che compare quando è dimenticato, ho notato la tua presenza.
La tua volontà in forma di calligrafia, una traccia di vita su carta che si anima.

Possibile vedere magia anche tra asperità e rotondità delle lettere?
Sintomo di follia?
Dovrei chiudere gli occhi e lasciarti scivolare, o tenerti come presagio e assenza?

Noto e sorrido, ogni volta che apro un nuovo libro, vedendo la tua piccola “V” puntata.
Un sorriso consapevole. E reale.

Published in: on marzo 8, 2011 at 10:16 am  Lascia un commento  
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Daruma

Sulla mia scrivania dell’ufficio, sotto il secondo schermo del computer, c’è una daruma che mi fissa con aria cattiva, con la sua sola iride nera. La povera bambola tondeggiante è oggetto di rapimenti e riscatti da parte dei miei colleghi, ma lei non mi guarda male per questo: è solo il suo dovere.

La daruma è un oggetto giapponese. L’ho comprata al mercato di Asakusa, Tokyo, scegliendola tra mille altre per la sua espressione particolarmente arcigna. La si prende con gli occhi bianchi, si esprime un desiderio, un proposito, un intento e le si disegna un iride nero, uno solo, con un pennarello. Da quel momento rituale lei ti continuerà a guardare in modo insistente per ricordarti quel volere non ancora realizzato, incompiuto, come uno sprone e come un portafortuna.
Quando quel qualcosa è stato esaudito ed esaurito, ecco, le si disegna l’altro occhio, e la sua espressione si addolcisce, avendo portato a termine il suo scopo.
La daruma è molto in voga tra manager, uomini d’affari giapponesi. È anche una manna per i procrastinatori, su cui agisce in modo inconscio.

La mia daruma ha un occhio bianco e uno nero da troppo tempo, e non perché io non abbia portato a termine i miei propositi, anzi.
L’avevo eletta ad aiuto magico per la laurea, e la laurea si è compiuta meravigliosamente. Poi lo stage, e anche quello si è svolto e srotolato bene.
Poi tante altre volontà, in continuazione, senza pausa.
La mia daruma è stata incaricata di guardarmi male per troppo tempo, ha avuto troppe responsabilità, e ora sembra essersi stancata: il suo sguardo incompiuto esprime stanchezza, pare dirmi “Non sarà il caso di disegnarmi l’altro iride? Dai, ho fatto tanto, hai fatto tanto, non ti pare che sia giunto il momento di dirmi e dirti che hai avuto tanti risultati che meritano un altro rito, che chiuderebbe una sorta di cerchio virtuale? Perché non metti un punto nel mio occhio mancante e un punto nelle tue continue e estenuanti corse verso “altro”? Perché non ti concedi di goder e osservare i tuoi risultati ed esserne soddisfatta?”.

La mia daruma è piuttosto loquace, come avrete intuito. Proprio il contrario della sua detentrice.

Che abbia ragione?
I giapponesi, si sa, sono i più saggi.
Forse daró ascolto a lei, che viene da una terra savia.
E, con ogni probabilità, cercherò una daruma ancora cieca che saprà guardarmi ancora peggio.

Published in: on marzo 6, 2011 at 2:26 pm  Lascia un commento  
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Notare

Sto assistendo a una nascita.
Sono in treno e alla mia sinistra due persone prima estranee si stanno conoscendo, parlando, raccontando.
Prima ascoltavo – perché in treno, suvvia, non puoi evitare – poi mi sono immersa nel nuovo album dei REM, ma i segnali sono evidenti, e non solo perché è avvenuto uno scambio di numeri telefonici o lui le offre una Coca Cola: si sporgono l’uno verso l’altra, hanno sguardi che sorridono.
E io assisto immobile cercando di essere la più discreta spettatrice, quella che a teatro detesta persino chi osa scartare una caramella e provoca un rumore, uno.

E infine mi chiedo se solo io noto questi dettagli.
Se solo io vedo la lancetta di un orologio che scocca il minuto in quel istante e lo connoto come elemento magico.
Se solo io osservo i capitelli delle colonne di Bologna con sempre nascente stupore nell’individuare volute e cenni di scalpello prima sconosciuti.
Se sia un caso che a “notare” manchi una lettera per divenire “nuotare”, che è il modo in cui in fondo io guardo: immersa e circondata, sballottata dalle onde, talvolta senza fiato, senza aver mai la possibilità di fermarmi del tutto. E distorto, uno sguardo confuso, quando l’acqua mi ricopre.
Un mondo unico, un modo mio, notazioni e note sospese, che battono in levare, come respiri che non hanno fine.
Domande senza soluzione.

Published in: on marzo 4, 2011 at 7:31 pm  Lascia un commento  
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