Decompressione (Agosto 2011)

È l’ultimo giorno di Settembre, quindi l’ultimo momento disponibile per parlarvi di Agosto.

Sono seduta al Panino Giusto dell’aeroporto Linate, in attesa per partire per Parigi, e qualcosa mi dice che sia il posto più adatto per parlare di un mese che ha visto la nascita di una nuova personale consapevolezza tra aeroporti, parole sconosciute, sveglie all’alba, mangiate colossali, ore su un pulmino su strade accidentate.

A inizio Agosto ho pianto le mie ultime lacrime di angoscia.
Ho raccolto tutto il mio coraggio e ho fatto ciò che andava fatto, sbattendo per l’ultima volta contro a un muro.

A inizio Agosto – qualche giorno dopo, ecco, ma era sempre l’inizio – ho pianto le mie prime lacrime di sollievo, una sensazione fremente partita dai piedi che mi ha scossa, e solo per aver compiuto pochi passi fisici!

In Agosto sono andata molto in piscina, prediligendo vasche totalmente in apnea, scivolando sul fondo, dove non senti niente se non qualcosa ovattato.

Poi si mandano email, si ride davanti a un computer, si esce con le fidate e adorate persone che sempre ci sono e ci saranno – senza dubbio!

È stata la fase di decompressione.
I muscoli si sciolgono, la mente si alleggerisce, e ciò che era costretto tra le catene si fa lieve.

E si parte.
Si prepara la valigia, si va in aeroporto, si passano ore in luoghi chiusi che sanno di aria condizionata.
Si incontrano persone nuove, persone diverse, si sperimenta e osserva, si assaggiano cibi e gustano bevande (ok, diciamo la verità: solo birre).

Non se ne ha mai abbastanza, di tutte queste cose, che ti strapazzano e ti fanno crollare nel sonno alla fine di ogni giornata. E se appunto il giorno dopo è programmata una sveglia così cattiva che solitamente ci si intristirebbe, stavolta non importa, anzi!

Bucarest, Sibiu, Brasov.
Non disfare mai quella valigia.
Aerei ad andare e tornare.

Poi Praga, in un hotel delizioso, ristoranti straordinari, luoghi letteralmente d’incanto, un Nazgul di notte, risate e, all’improvviso, la sensazione di avercela fatta a oltrepassare quanto basta quel dolore.

Ricaricarsi, rigenerarsi prima di ripartire.
Stiracchiarsi sornioni.

Adorare l’assenza di ansia e librarsi tra ciò che più piace.

Io in Agosto sono tornata a vivere.

Published in: on settembre 30, 2011 at 6:06 pm  Lascia un commento  
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Viaggio in Romania/part. 2 Cucina e affini

Dopo “Perchè proprio la Romania?” la seconda domanda che mi è stata
rivolta con maggiore frequenza dopo il viaggio è stata “Cos’hai
mangiato in Romania?”.
Chissà come mai.
Vuoi forse che sia perchè ovunque vado semino morte e distruzione
sulle tavole, terrore nelle dispense e rendo i frigoriferi deserti?
Oh, può essere!

Partiamo da un presupposto: io me magno anche i sassi. Se avvolti nel
lardo di Colonnata, anche meglio.
Quindi, se dico che la cucina rumena non è esattamente leggera,
dev’essere proprio così.

In tre parole, ecco il mio riassunto: carne, aglio, birra.
Sono i tre elementi che si presentano con maggiore frequenza nei
piatti tradizionali, accompagnati da ottima frutta e verdura,
incredibilmente gustosa.
In effetti un altro piatto tipico che si trova davvero ovunque è la
zuppa, che può essere di verdura, carne, con una sorta di panna acida
e in molte altre varianti, ma torniamo ai nostri tre elementi
principali.

Carne.
Di ogni tipo, selvaggina compresa, e cotta nei modi più disparati. Il
gulash si trova molto spesso.
La prima sera, durante la cena a Bucarest, mi sono trovata nel piatto
un’enorme cotoletta accompagnata da riso e verdure. Pensavo fosse
pesantina, ma era perchè non sapevo cosa mi sarebbe toccato il giorno
dopo.
Lo chiamerò “l’involtino di Marte”, perchè ha il suo stesso peso
specifico: carne macinata mescolata a un trito di verdure sottolio, il
tutto impanato e fritto. Dicono sia una specialità, vuoi lasciarla lì?
Non sia mai!

Tanto aglio.
Non fatemi la battuta “Ah, allontana i vampiri della Transilvania”
perchè, come vi ho già spiegato, di essere zannuti non ce n’è manco
l’ombra.
Vorrei citare una crema di melanzane e aglio condita con un filo
d’olio: sarebbe stato un antipasto da spalmare sui crostini, ma io me
lo sono finemente mangiato a cucchiaiate.
Se è vero che l’aglio fa bene, sono immortale.

Birra.
Ursus, Silva e Ciuc sono le tre marche locali più diffuse, e
sinceramente tutte e tre di mio gusto.
Il costo della birra è davvero basso: al ristorante o nei locali costa
1 euro e 20 per mezzo litro.
Che ve lo dico a fare? Ho sperimentato assai.

Una delle cose che invece non m’aspettavo proprio?
I bretzen. In Romania si mangiano bretzen come se non ci fosse un domani.
Si comprano soprattutto dalle mini panetterie le cui piccole finestre
quadrate s’affacciano sulle strade, e li vendono legati a degli
spaghi. Io già li adoravo, quindi ho fatto overdose.
In generale però i prodotti da forno rumeni sono degni di nota -
quindi non si capisce perchè nei ristoranti servono pane in cassetta:
avendo assaggiato deliziosi panini al formaggio, bocconcini col
pomodoro, pagnottelle dolci, era proprio un peccato.

Caffè.
C’è una spaventosa diffusione di ottimo caffè Illy, con bar che
servono eccellenti espressi. No, per dire, se non potete vivere senza
ora potete stare tranquilli.

Bene, gli elementi principali li avete.
Ora andate, e mangiate.

Published in: on settembre 7, 2011 at 6:48 pm  Lascia un commento  
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