Avete mai conosciuto qualcuno tornato da un Erasmus o da un’esperienza all’estero che fosse scontento?
Io no.
“Ah, ma come ti cambia!”, “Ah, ma conosci altre culture!”, “Ah, ma come cresci!”, “Ah!”, “Ah!”.
Volete dirmi che l’unica persona che ha avuto avventure terrificanti sono io?
Bene, leggete un po’.
Tredici anni.
Parto per la Normandia. Scambio culturale con una classe di studenti francesi più grandi di noi.
Io ero ancora più taciturna di adesso ed eccessivamente timida. La mia corrispondente era, praticamente, la “son bella, son affascinante, son eccezionale” della scuola. La coppia perfetta, insomma.
Di quello scambio ricordo solo la nebbia, la moquette blu ovunque, gli spaghetti come contorno della carne e i miei compagni di classe che dicevano “Oh, le chiedi se le piaccio? Ehi, le domandi se ha il ragazzo? Ah, ma…”. Monotematici, ma avevano visto giusto: se ci fosse stato il premio “Peripatetica del viaggio” lei ne avrebbe vinti ben due.
Evviva.
Sedici anni.
Partiamo per il Belgio.
Io e @Centenia siamo ospitate da un’allegra famiglia.
La prima sera il padre ci offre un pezzo di “terrone”. Io e Centenia sbalordiamo, poi ci prende un attacco di risate da farci internare: intendeva il torrone. Ottimo inizio.
Per la festa dei giovani il programma prevedeva una serata in discoteca: italiani e belgi tutti insieme, e sia.
La nostra corrispondente ci avvisa che deve lavorare e che ci raggiungerà dopo.
I genitori quindi ci accompagnano in automobile, ci indicano un locale, ci fanno scendere e se ne vanno.
E ci rendiamo subito conto che non siamo nel posto giusto dai vecchietti ubriachi a breve distanza.
Ok, avete presente com’è il Belgio in Ottobre? Piove sempre, fa freddo e se sei in un paese isolato non troverai mai aiuto.
E così è stato: io e Centenia abbiamo vagato per ore sotto la pioggia cercando di evitare alcune comitive di giovani tanto divertenti quanto molesti e cani abbaianti che non venivano nutriti dal lontano ‘73.
Ovviamente era Centenia a tenere alto il morale: la sottoscritta non è mai stata molto ottimista.
I cellulari? Al “tempo” all’estero non funzionavano.
Chiediamo aiuto bussando in una casa, che manco le fiabe dei fratelli Grimm. Non ci fanno entrare ma ci dicono che la festa è a qualche chilometro “in quella direzione”.
Insomma, per farla breve: le vostre due baldi ragazzine hanno camminato nel buio più totale per un’oretta seguendo il “unz unz” della musica in lontananza, con le automobili sfreccianti lungo la strada di campagna e nessuno, nessuno nei dintorni.
Un incubo.
N.B. I genitori non ci chiesero mai scusa, anzi: la presero sul ridere. Ricordo che la nostra rappresentante di classe voleva strangolarli.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, le lande desolate, i fratellini gemelli invadenti, il freddo, gli animali di ceramica a grandezza naturale sparsi per la casa, la spaghettata per quaranta persone e la mia santissima e adoratissima professoressa di francese.
Diciassette anni.
Spagna, Madrid, olè!
Andiamo dieci giorni a studiare in una scuola di spagnolo per stranieri.
Io e la mia compagna F. veniamo alloggiate in un attico storico spettacolare che si affaccia direttamente sul Parque del Retiro.
Ci ospita un’anziana signora che ci imbottisce di paella e ci racconta strane storielle sui propri parenti.
Noi non avevamo una copia delle chiavi per entrare, l’appartamento aveva ben due entrate e la cara vecchietta era un po’ sorda.
Morale? Abbiamo passato ore sul pianerottolo aspettando che lei si accorgesse di noi: forse entrava sempre dall’altra porta, chissà, fatto sta che non la vedevamo mai passare e che ci toccasse restare in attesa attaccate al citofono. La gioia.
Poi l’ultima sera andiamo tutti al Palacio Gaviria per festeggiare e la signora ci dà le chiavi.
Morale? Torniamo alle tre di notte e la troviamo sveglia perchè “Ah, mi sembrava di aver sentito qualcosa cigolare”.
…
Di quel viaggio ricordo il chocolate con churros, la strada per andare alla scuola, “Una miente maravillosa” (“A Beautiful Mind” visto al cinema ovviamente in spagnolo), i letti del ‘44, lo Starbucks vicino al Prado (il mio primo frappuccino! Peccato che l’abbiano chiuso) e il Museo del Jamon. Niente nebbia (incredibile).
Diciotto anni.
Windsor, stage di due settimane organizzato dal liceo.
Fortuna vuole che mentre i miei colleghi lavoravano a poca distanza la sottoscritta doveva cambiare due treni e percorrere un buon pezzo a piedi per giungere nell’ufficio dove, dopo tre giorni, avevo già finito tutti i lavori che avrebbero dovuto tenermi occupata per due settimane. Crisi loro. Non sapevano cos’altro farmi fare. Crisi mia. Mi sentivo decisamente inutile.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, il freddo, i cappuccini Starbucks comprati prima di partire, i frappuccini Starbucks comprati dopo essere tornata, Clocks dei Coldplay e il braccio rotto del mio professore d’inglese che, dopo un solo giorno, ha deciso di distruggersi durante una partita di calcio “Italy VS England” entrando in scivolata. Genio.
Poi un giorno, appena prima di partire per la Spagna, mi sono iscritta in una facoltà a Pesaro.
Così, di slancio.
Non avrei potuto avere un colpo di testa migliore.
Anche perchè vivere un’esperienza peggiore di quelle sopracitate sarebbe stato difficile.
Ormai ho un’armatura: sono pronta a tutto.













