New Ego (parole karmiche in continua evoluzione)

E così, mentre leggevo la mia nuova ossessione (cit.) Amélie Nothomb sprofondando mollemente in un cuscino tanto da sentire ogni vertebra tirare un sospiro di sollievo, ho avuto un’illuminazione.

Ho sbagliato il 2011.

O meglio.

Ho commesso un’imprecisione nello scegliere la parola-karma, la mia guida di 365 giorni, e tale rivelazione nasce da una sottile distinzione.

Egoismo non è perfettamente adatta. É manchevole e tronca.

È “cura” che svela la soluzione. Cura di sé. Aver cura di sé. Prendersi cura di sé, di cui l’egoismo è solo una piccola manifestazione.

Ego ti mette al centro di un mondo ma ti lascia terra bruciata attorno che solo “cura” può riempire e rinverdire.
La cura è indulgente, delicata, attenta e contemplativa. Porta a qualcos’altro, conduce preservando, crea una condizione dinamica. L’egoismo rompe, irretisce, s’impunta.

Quindi intendo in questo nuovo modo il mantra prescelto.
E, partendo proprio dal dolce rilassamento di un libro e di morbido cotone sulla pelle, inizio a costruire.

Published in: on febbraio 22, 2011 at 8:46 pm  Commenti (2)  
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Retorica, da Wikipedia

“La retorica (dal greco ῥητορικὴ τέχνη, rhetorikè téchne, «arte del dire») è l’arte di parlar bene, la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare il linguaggio naturale (non simbolico) secondo un criterio per il quale ad una proposizione segua una conclusione.

Lo scopo della retorica è la persuasione, intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio”.

Dicono che parlo come scrivo, talvolta per concise frasi talvolta per preposizioni a montagna russa, infarcendo i discorsi di parole che risultano particolari se non sono su carta.
Mi blocco se non trovo il termine preciso, saetto all’indietro nel corso della frase premendo un “Delete” virtuale, sono arzigogolata.

E, come accade quando scrivo, parlo per ispirazione. Periodi di silenzio e minuti di furiosa loquacità in cui srotolo discorsi incastrando le parole come pezzi di una costruzione alta, svettante, solida e perdurante.

Diciamo che ciò è deleterio?
Affermiamolo.

Qualcuno dice che scrivo bene. Apprezzo, annuisco, ci credo relativamente. Ringrazio, certo.
Ciò non significa che la trasposizione orale sia adatta. Certe volte vorrei rallentare il tempo per poter scegliere con più cura quelle espressioni che in mezzo istante ti cambiano un’impressione, deviandola verso l’errore.

Qui si necessita di retorica, in dosi massicce e poderose.

Published in: on febbraio 21, 2011 at 7:09 pm  Commenti (3)  
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Salone del Gusto 2010: My Top 3

Siore e siori,

è con grande emozione che annunciamo i vincitori della prima edizione del premio “Fame a palate e futuro incerto“, assegnato dalla sottoscritta Sybelle dopo esser stata al Salone del Gusto 2010 ed essersi fatta riconoscere in svariati modi.

I candidati sono stati moltissimi, e più che una Top 3 ci vorrebbe una Top 87, ma si suppone che non abbiate voglia di leggere tutti i deliri in merito, quindi proclamiamo i tre fortunati, per l’onore, la gloria e il gusto.

Il terzo posto va… al Crostone con la Salsiccia di Bra cruda spalmata sopra.
(applausi)
Mangiata alle quattro di pomeriggio tra una sorsata e l’altra di birra Troll, ha deliziato la giudice Sybelle che perciò si aggirava tra gli stand con aria beata, camminando a mezzo metro da terra, in trance ed estasi.

Secondo posto.
Il formaggio invecchiato nelle vinacce di Beppino Occelli.
Vi descriviamo la scena.

Sybelle si avvicina allo stand.
Vede questo formaggio.
Assaggia questo formaggio.
E non capisce più niente.
Il procedimento si ripete altre tre volte.
Poi, a fine giornata, Sybelle accorre per acquistare il suddetto formaggio ma compie l’errore di assaggiarne di nuovo un pezzo, e mentre il commesso le spiega come era stato fatto lei non era mentalmente presente.
Fortuna vuole che una food blogger a caso l’abbia riconosciuto al volo, dandogli un nome e una provenienza.
Divino.

E il primo prestigiosissimo posto va a…
… a tutto ciò che è stato fatto con il maiale nero dei Nebrodi sardi!
Non si sa bene che espressione abbia fatto Sybelle nel momento in cui il commesso le ha fatto assaggiare una lauta fetta di prosciutto, fatto sta che il suo commento è stato: “… forse la signora si sente male?“.
Più o meno, caro signore: una cotal meraviglia meriterebbe un monumento, una medaglia, una statua, una targa, una via dedicata! Avrei voluto abbracciarla e piangere sulla sua possente spalla!
Per non parlare di quelle fette di salame. E di quel guanciale.

Signore, posso dirle che, anche se non mi conosce, le voglio già bene?
A lei e a tutti i maialetti neri dei Nebrodi sardi.

(il prossimo anno non mi ci fanno manco avvicinare, al Salone del Gusto. Chiedono un’ordinanza restrittiva, lo so)

Published in: on ottobre 25, 2010 at 5:18 pm  Commenti (2)  
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Cara Trenitalia…

… sono la tua fedele Sybelle.
Fedele perchè non ho altre opzioni, certo, ma anche perchè non ti ho mai criticata eccessivamente.
In fondo non ho in mente una soluzione ai tuoi problemi, quindi non mi permetto di lanciarti critiche poco costruttive.

Ti scrivo un post semplicemente perchè spero (oh, me illusa!) che a volte tu vada a googlare il tuo nome alla ricerca di commenti, articoli, pareri, cose simili insomma. D’accordo, probabilmente qualcun altro lo farà per te.
Inoltre questo post deve fungere da promemoria perchè, sì, potrei dimenticarmi di alcuni dettagli di cui, no, non voglio proprio perdere traccia.

Sono una dei viaggiatori che Venerdì sera ha cercato di scendere da Milano a Bologna mentre imperversava la bufera di neve.
Devi sapere che ho aspettato più di un’ora nella glaciale stazione milanese prima di avere notizie del mio treno AV: ero così congelata che, quando ho visto apparire il binario e mi sono mossa, i miei vestiti hanno scricchiolato. Stavo diventando una statua.

Preciso: non soffro particolarmente il freddo. Sono un po’ l’Heidi del Polo Nord, nel senso che sono i pinguini a farmi ciao.
Però nel momento in cui a Milano non c’è una sala d’aspetto e le mie mani iniziano a sanguinare dal freddo… beh, inizio un
attimo a innervosirmi.

Capisco che la nevicata è stata abbondante, ma non dirmi che non ve l’aspettavate: è Dicembre, suvvia!
Ciò che più mi perplime riguarda poi le porte del treno che non si aprivano: su dodici carrozze solo tre avevano le porte “scongelate”. Della serie che se accadeva una disgrazia le uscite di sicurezza sarebbero davvero servite a molto.

Così, centotre minuti di ritardo, tanto per gradire.

E ora vorrei parlarti del ritorno: solo un’ora di ritardo, non mi lamento.
Però ti faccio presente che a Bologna ci sono stati meno dieci gradi (anzi, meno sedici, vicino a casa mia) quindi non c’è alcun bisogno di tenere l’aria condizionata accesa nelle vetture! E se per caso quell’aria fresca era il riscaldamento… la prossima volta spegniamolo e risparmiamo.

Dicevo che questo post mi sarebbe servito da promemoria: ecco, conserverò per bene i miei biglietti e voglio proprio vedere con che faccia tosta non mi elargirete il bonus.
Avete aumentato pure il tempo per riceverlo: da venticinque minuti a un’ora.
Beh, contando che su un viaggio di 65 minuti hai accumulato 100 e passa minuti di ritardo credo che il bonus mi spetti.
Neve o non neve.
Nevicava solo da un paio di ore, non è possibile che la situazione fosse così terribile.

Ecco, e già che ci sono, vogliamo parlare degli aumenti?
Assolutamente ridicoli e insensati: viaggiando da ormai parecchi anni sento in maniera piuttosto palpabile la differenza veramente esagerata.
Certo, immagino che cambiare i nomi dei treni in “Frecciabianca”, “Frecciargento” e “Frecciarossa” comporti proprio una grande spesa. Dite che ci sono altri motivi? No, perchè io non li vedo.

E prima di augurarti un buon Natale avrei un altro appunto: le decorazioni che dalla stazione centrale di Milano arrivano fino in piazza della Repubblica raffiguranti le locomotive dei Frecciarossa non si possono vedere.

Buone feste!

Sybelle

Published in: on dicembre 20, 2009 at 8:18 pm  Commenti (8)  
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Ally McBeal all’estero

Avete mai conosciuto qualcuno tornato da un Erasmus o da un’esperienza all’estero che fosse scontento?
Io no.
“Ah, ma come ti cambia!”, “Ah, ma conosci altre culture!”, “Ah, ma come cresci!”, “Ah!”, “Ah!”.

Volete dirmi che l’unica persona che ha avuto avventure terrificanti sono io?

Bene, leggete un po’.

Tredici anni.
Parto per la Normandia. Scambio culturale con una classe di studenti francesi più grandi di noi.
Io ero ancora più taciturna di adesso ed eccessivamente timida. La mia corrispondente era, praticamente, la “son bella, son affascinante, son eccezionale” della scuola. La coppia perfetta, insomma.
Di quello scambio ricordo solo la nebbia, la moquette blu ovunque, gli spaghetti come contorno della carne e i miei compagni di classe che dicevano “Oh, le chiedi se le piaccio? Ehi, le domandi se ha il ragazzo? Ah, ma…”. Monotematici, ma avevano visto giusto: se ci fosse stato il premio “Peripatetica del viaggio” lei ne avrebbe vinti ben due.
Evviva.

Sedici anni.
Partiamo per il Belgio.
Io e @Centenia siamo ospitate da un’allegra famiglia.
La prima sera il padre ci offre un pezzo di “terrone”. Io e Centenia sbalordiamo, poi ci prende un attacco di risate da farci internare: intendeva il torrone. Ottimo inizio.
Per la festa dei giovani il programma prevedeva una serata in discoteca: italiani e belgi tutti insieme, e sia.
La nostra corrispondente ci avvisa che deve lavorare e che ci raggiungerà dopo.
I genitori quindi ci accompagnano in automobile, ci indicano un locale, ci fanno scendere e se ne vanno.
E ci rendiamo subito conto che non siamo nel posto giusto dai vecchietti ubriachi a breve distanza.
Ok, avete presente com’è il Belgio in Ottobre? Piove sempre, fa freddo e se sei in un paese isolato non troverai mai aiuto.
E così è stato: io e Centenia abbiamo vagato per ore sotto la pioggia cercando di evitare alcune comitive di giovani tanto divertenti quanto molesti e cani abbaianti che non venivano nutriti dal lontano ’73.
Ovviamente era Centenia a tenere alto il morale: la sottoscritta non è mai stata molto ottimista.
I cellulari? Al “tempo” all’estero non funzionavano.
Chiediamo aiuto bussando in una casa, che manco le fiabe dei fratelli Grimm. Non ci fanno entrare ma ci dicono che la festa è a qualche chilometro “in quella direzione”.
Insomma, per farla breve: le vostre due baldi ragazzine hanno camminato nel buio più totale per un’oretta seguendo il “unz unz” della musica in lontananza, con le automobili sfreccianti lungo la strada di campagna e nessuno, nessuno nei dintorni.
Un incubo.
N.B. I genitori non ci chiesero mai scusa, anzi: la presero sul ridere. Ricordo che la nostra rappresentante di classe voleva strangolarli.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, le lande desolate, i fratellini gemelli invadenti, il freddo, gli animali di ceramica a grandezza naturale sparsi per la casa, la spaghettata per quaranta persone e la mia santissima e adoratissima professoressa di francese.

Diciassette anni.
Spagna, Madrid, olè!
Andiamo dieci giorni a studiare in una scuola di spagnolo per stranieri.
Io e la mia compagna F. veniamo alloggiate in un attico storico spettacolare che si affaccia direttamente sul Parque del Retiro.
Ci ospita un’anziana signora che ci imbottisce di paella e ci racconta strane storielle sui propri parenti.
Noi non avevamo una copia delle chiavi per entrare, l’appartamento aveva ben due entrate e la cara vecchietta era un po’ sorda.
Morale? Abbiamo passato ore sul pianerottolo aspettando che lei si accorgesse di noi: forse entrava sempre dall’altra porta, chissà, fatto sta che non la vedevamo mai passare e che ci toccasse restare in attesa attaccate al citofono. La gioia.
Poi l’ultima sera andiamo tutti al Palacio Gaviria per festeggiare e la signora ci dà le chiavi.
Morale? Torniamo alle tre di notte e la troviamo sveglia perchè “Ah, mi sembrava di aver sentito qualcosa cigolare”.

Di quel viaggio ricordo il chocolate con churros, la strada per andare alla scuola, “Una miente maravillosa” (“A Beautiful Mind” visto al cinema ovviamente in spagnolo), i letti del ’44, lo Starbucks vicino al Prado (il mio primo frappuccino! Peccato che l’abbiano chiuso) e il Museo del Jamon. Niente nebbia (incredibile).

Diciotto anni.
Windsor, stage di due settimane organizzato dal liceo.
Fortuna vuole che mentre i miei colleghi lavoravano a poca distanza la sottoscritta doveva cambiare due treni e percorrere un buon pezzo a piedi per giungere nell’ufficio dove, dopo tre giorni, avevo già finito tutti i lavori che avrebbero dovuto tenermi occupata per due settimane. Crisi loro. Non sapevano cos’altro farmi fare. Crisi mia. Mi sentivo decisamente inutile.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, il freddo, i cappuccini Starbucks comprati prima di partire, i frappuccini Starbucks comprati dopo essere tornata, Clocks dei Coldplay e il braccio rotto del mio professore d’inglese che, dopo un solo giorno, ha deciso di distruggersi durante una partita di calcio “Italy VS England” entrando in scivolata. Genio.

Poi un giorno, appena prima di partire per la Spagna, mi sono iscritta in una facoltà a Pesaro.
Così, di slancio.
Non avrei potuto avere un colpo di testa migliore.

Anche perchè vivere un’esperienza peggiore di quelle sopracitate sarebbe stato difficile.
Ormai ho un’armatura: sono pronta a tutto.

Published in: on ottobre 15, 2009 at 3:45 pm  Commenti (1)  
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Una domanda, un perchè. Cosa rispondere se ti sei appena laureato.

Il mio cervello è diviso in due parti: una fisica e una immateriale.
Quella fisica è costituita dalla materia grigia, dagli emisferi e da tutti i collegamenti tra i pochi neuroni rimasti (tutti potenzialmente color arancione Hermes). Qui risiedono i pensieri, le constatazioni, la realtà. C’è ciò che so e che sono certa di sapere.

L’altra parte invece è immateriale nel senso di fugace. Veloce, scattante, sorprendente.
Sì, c’è qualcosa nel mio cervello che processa ciò che non riuscirei ad affrontare.
E’ come se un vento supersonico scattasse in avanti di fronte a certi avvenimenti, li raccogliesse e dicesse al mio corpo come muoversi di conseguenza mentre il cervello fisico rimane immobile e incredulo.

Quindi in questi giorni sono incredula e ancora non mi rendo bene conto di cosa è successo.
E’ il cervello immateriale che svolge tutto il lavoro mentre quello fisico permane in uno stallo meravigliato.

Mi sono laureata.
Me ne sono leggermente accorta quando mi sono voltata e ho visto:
- la nonna piangere;
- il nonno piangere;
- la zia piangere;
- madreeeh piangere;
- gli amici piangere;
- l’altra zia piangere;
- lo zio piangere;
alchè il mio cervello immateriale ha velocemente processato l’avvenimento e ha comandato alla mia faccia “Sorridi”, alle mie mani “Prendi la corona d’alloro e mettila in testa”, alle mie gambe “Sta in piedi”.

Sto ancora attendendo che il cervello fisico acquisisca le informazioni e le importantissime novità.
Ci vuole un poco di tempo, credo.

E’ mettere un punto fermo e fisso a qualcosa, ed era tanto che non capitava.

Quindi sono arrivate le domande, le ovvie e doverose domande, tra cui spiccava “Cosa farai dopo la laurea?”.

… cioè, devo ancora rendermi conto d’essermi laureata, abbiate pietà, abbiate pazienza, abbiate cuore! Non è facile.
Capisco però che è una domanda classica.

Per cui mi sono preparata delle risposte non classiche che possono essere utili non solo alla sottoscritta ma a chiunque si ritrovi in situazioni simili:

a) partirò per il Tibet dove affronterò un lungo percorso di meditazione alla ricerca della beatitudine interiore;

b) mi arruolerò nell’esercito (ma solo se la divisa sarà firmata da Balmain);

c) mi iscriverò a Ingegneria Aerospaziale (io, che per l’esame di Statistica ho penato non poco, ah! Ingegneria!);

d) tornerò a cantare lirica e girerò per tutti i teatri del mondo (… questa non è esattamente improbabile, anzi);

e) Laurea? Quale laurea? Ah, ma questa era uno scherzo! Non dirmi che ci hai creduto!;

f) tornerò in Giappone. Punto. Senza altri dettagli ne’ un presupposto ritorno;

g) andrò a X Factor;

h) prenderò lezioni di cucina da Ratatouille a Parigi e diventerò una critica;

i) scriverò un’autobiografia;

j) mi proporrò come cavia da laboratorio;

E ora quelle che preferisco:

k) diventerò un cavaliere Jedi;

l) passerò al lato oscuro della forza;

m) mi proclamerò padrona del mondo;

n) andrò sul Monte Fato per distruggere l’Unico Anello.

Sì, le facce saranno sempre un po’ perplesse, ma non lasciatevi sfuggire l’occasione.

p.s. cosa farò davvero in questi giorni?

Leggerò. Tantissimo.
Saghe fantasy lasciate in sospeso, libri di marketing e pubblicità, sociologia e new media, libri che mi ispirano solo per la copertina.

Viaggerò, andrò ovunque ci sia l’opportunità, ovunque ci sia qualcosa d’interessante.

Farò il cosidetto “punto della situazione”, raccoglierò le idee e mi metterò in gioco.

Non passerà molto tempo, anzi.

Aspetto solo che il cervello fisico si ricongiunga con quello immateriale.

Published in: on ottobre 5, 2009 at 4:04 pm  Commenti (7)  

Mangiatori di sushi

Da quando il sushi è diventato una moda, un lifestyle, uno status symbol non si può più andare al ristorante giapponese senza incontrare i neofiti di turno che talvolta possono essere semplicemente curiosi verso la cucina del Sol Levante ma che nella maggior parte dei casi si rivelano dei personaggi da Mille e una notte.
Vi farò qualche esempio.

Il palestrato

Incontrato al kaiten sushi (il ristorante col nastro trasportatore), questo omino si è presentato con moglie e figlio al seguito e la polo blu Lacoste che stringeva i possenti muscoli delle braccia e il possente collo (quest’aulica citazione potrà coglierla solo Monica). Aggiungiamo un’abbronzatura innaturale e un passo da scaricatore ed eccolo là, il “palestrato”.
Si è seduto, ha preso un piattino di maki e, con attenzione massima, ha separato il pesce dal riso per poi mangiare solo il primo.
Secondo piattino: uguale.
Terzo: ancora.
Quarto: ha preso sushi, quindi ha mangiato solo la fettina di salmone abbandonando il riso.
E così via, ha compiuto lo sterminio totale prima di dire “Eeeh, il riso fa ingrassare, ha troppi amidi, mentre il pesce crudo va bene!”. … ma andare in una qualsiasi pescheria e avventarsi sulle sardine no?

Lo scettico

Sempre al kaiten sushi si appropinquano una coppia di buzzurri signori che iniziano a mangiare solo i cibi extra fritti lamentandosi ad alta voce della poca scelta. Quindi rischiano: prendono un piatto con un sushi di salmone. E si mettono a fissarlo.
Se potessero accenderebbero anche una lampada ad occhio di bue sul malcapitato cibo, e lo interrogherebbero fino allo sfinimento. Lo analizzano, chini e cupi, e mormorano “No, io non ce la faccio”, “No, il pesce crudo no”, “Ma chi osa mangiarlo?” (detto di fianco alla sottoscritta e ai miei trenta piattini vuoti impilati), “Andiamo via, andiamo”.
E fuggono inorriditi capendo che non potranno mai essere fésciòn.

Il muratore

Apriamo una parentesi sulle hashi, le bacchettine: c’è una fetta della popolazione mondiale che ammonta a qualche miliardo di persone che non ha alcun problema ad usarle quotidianamente. Non sono strumenti del diavolo e necessitano un po’ di pratica ma sì, si può imparare.
Certo è che le tecniche per impugnarle possono essere molto inventive, come nel nostro caso.
L’omino, che chiamerò “il muratore”, ha impugnato entrambe le hashi col palmo tenendole a qualche centimetro di distanza l’una dall’altra e si è avventato sui vari cibi come se stesse usando una cazzuola. Uno scempio, manco a dirlo.

L’egoista

Al kaiten sushi il wasabi e le fettine di zenzero sono servite in contenitori che girano sul rullo a disposizione di tutti.
Quando accade quando un terzetto di presunte donne in carriera con aria molto “Ah, prima brunch poi sushi, ma quanto siamo yeah!” si appropriano in modo esclusivo dei suddetti contenitori e non li lasciano girare?
Semplice, il cameriere le avvertirà una volta, ma loro continueranno a tenerlo tutto per sé.
Che simpatia. Almeno avranno le papille gustative distrutte dal troppo wasabi.

Per non parlare di coloro che versano la salsa di soia sul sushi e lo annegano, coloro che “Ma sei matto a mangiare pesce crudo? Non sai che si muore?”, quelli che “Preferisco mille volte questo involtino primavera fritto ottocentosettantaquattro volte che un maki!” e i mitici “Ma cosa dici, il wasabi piccante? Ma io adoro il piccante, e lo reggo benissimo!” che poi ne mangiano un cucchiaino intero e corrono in bagno paonazzi che manco Willy il Coyote.

Geniali.

Published in: on settembre 25, 2009 at 2:47 pm  Commenti (3)  
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Il consiglio non richiesto del giorno: donne e tacchi

Signora. Donna, lady, madame, tizia.
Ragazza mia.

Nessuno ti costringe ad arrampicarti su zeppe di corda e tacchi a spillo.
Te lo assicuro, non è un dovere.
Quindi se non ci sai camminare, se non ti sei esercitata abbastanza, se sei passata dalla sneaker al tacco14 più plateau senza vie di mezzo e hai l’andatura di uno stambecco zoppo, desisti!

Non ti rendere ridicola: seguire la moda non è un imperativo.
Aggiungere qualche centimetro in più alla propria statura non è un buon motivo per rischiare le caviglie, che poi in centro le strade sono insidiose e sconnesse, e i sampietrini non ti sono amici.

Se poi devi inciampare proprio davanti a me impersonando una meravigliosa morte del cigno, io accorrerò in tuo soccorso sorreggendoti, ma tu non guardarmi con disprezzo, come se ti avessi appena sorpresa a rubare o come se conoscessi un tuo segreto inconfessabile.
La prossima volta osserverò analiticamente il tuo spalmarti al suolo e, in tal caso, non ti sorprendere se mi lascerò sfuggire un sorriso.

Così vedremo se ti metterai le infradito.
E io non dovrò preoccuparmi del tuo instabile incedere.

Moleskine for Creatives

Moleskine è una fede.
Si è imposta nell’ambito delle agende per le sue linee sobrie ed eleganti, per la qualità del prodotto, per la storia che incarna (storia che, per inciso, viene allegata all’interno di ogni taccuino), per la praticità, per le proporzioni tra altezza e larghezza.

Io ne uso l’agenda. Possiedo i City Notebook di Londra e Parigi (e sono alla ricerca di quello di Tokyo). Quasi tutti i miei appunti universitari sono stati presi su quaderni piccoli dall’inconfondibile copertina nera morbida, a parte un paio di quaderni della serie rosa. Possiedo due taccuini blu grandi la metà dell’agenda in cui segno parole chiave, libri, citazioni, spunti, tutto ciò che mi passa per la mente e che merita attenzione e ricordo. Partecipo al Moleskine GrandTour.

Recentemente è uscita una linea molto interessante per i miei gusti: si chiama Folio, ed è rivolta ai designer e ai creativi.

Si tratta di taccuini di formato A3 o A4, piuttosto grandi rispetto alla normalità, che mantengono le caratteristiche tradizionali di Moleskine: copertina rigida nera, elastico di chiusura, segnalibro.
La carta è pregiata e si differenzia a seconda delle esigenze: ci sono gli album a righe, a quadretti, a pagine bianche, nonchè con carta per schizzi e per acquerello.
Si aggiungono i portfolio, raccoglitori con scomparti a soffietto in tela e cartoncino.

Per me che svaligerei le cartolerie sono una tentazione notevole.
Peccato che siano quasi introvabili.
E che abbiano un prezzo non esattamente simpatico.

GGDMarche

Organizzare una GGD richiede una grande attenzione a un numero pressapoco infinito di particolari.
Non è solo una cena, ha quel qualcosa in più che comporta una serie di accorgimenti che rendono il tutto complicato.
C’è da pensare alla location. Al locale. Al catering. All’orario. Al giorno.
Poi gli speech. Quindi relatori. Microfoni. Impianti audio. Proiettori. Cavi a non finire. Slide.
Occorre curare il blog e i social network, mantenerli attivi e vivaci.
I finanziamenti? Le aziende spesso non ne vogliono sapere. Sono pochi gli sponsor pronti a fornire un qualche contributo.
Bisogna pensare alla rassegna stampa. Quindi interviste, post, link.
Si devono aprire le iscrizioni, contare minuziosamente chi si è iscritto in tempo e chi no. Sempre veloci e sempre coordinate.
Si scambiano centinaia di email.

Poi arriva il giorno.
Qualcosa non funziona, già, e la soluzione non si trova.

Però si crea un ambiente divertente. Questo non lo puoi mica prevedere: puoi sforzarti per far quadrare ogni dettaglio, ma l’atmosfera ha fattori talvolta poco controllabili.
Quando le persone sono contente e fanno complimenti, allora il lavoro degli ultimi mesi può dirsi davvero riuscito.
E sapere che il tuo piccolo contributo può avere aiutato è soddisfacente.

Ringrazio le ragazze dello staff GGDMarche: Anna, Sara, Silvia, Gioia, Chiara e Caterina.
A quanto pare ce l’abbiamo fatta!
Alla prossima GGD.

Published in: on maggio 11, 2009 at 8:15 pm  Commenti (3)  
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