Jimmy Choo for H&M. Considerazioni.

Gentili signori Hennes e Mauritz,

sono sempre io, la vostra affezionata Sybelle, colei che con i suoi acquisti ha pagato l’istruzione ai vostri pargoli.

Vorrei parlarvi della vostra ultima grande idea, ovvero la capsule collection di Jimmy Choo.
Ha avuto molto successo, sicuramente maggiore di Comme des Garçons (non capita dalle folle) e Matthew Williamson (incomprensibile da chiunque): immagino che vedere i loro capi giungere fino ai saldi sia stato tragico.
Quindi avete investito verso un colpo sicuro: Jimmy Choo è nel vocabolario di chiunque abbia visto Sex and the City, Il Diavolo veste Prada e letto una qualsiasi rivista.
Le code e la ressa lo dimostrano: avere colpito nel segno. Se delle ragazze sono disposte a stare in fila fin dalle 2 di mattina del 14 Novembre e sottostare a severe norme pur di comprare un paio di scarpe…

Che poi, vogliamo parlare delle scarpe?
Per una collection invernale ci avete proposto sandali. E ripeto: sandali!
Voi istigate le giovini donzelle a indossare leggins e calze a vista, le spronate verso i malanni di stagione, le etichettate come prossime vittime della suina!
Non sono scarpe, sono minacce!
E non ditemi che “C’erano anche le scarpe chiuse” perchè quelle scarpe in finto rettile tempestato di cristalli e borchie non sono definibili come tali.
Non sapete inoltre la soddisfazione nel vedere che le uniche scarpe rimaste nel vostro negozio alle ore 19 erano le pumps tigrate. Ah!

Per il resto mi avete delusa: vogliamo parlare del rapporto qualità-prezzo?
Avete fatto pagare un’etichetta blu di 4 centimetri per 1.
Jimmy Choo, Manolo Blahnik, Salvatore Ferragamo non sono famosi solo per i modelli di scarpa: sono celebrati perchè quando si indossa una delle loro creazioni è il piede a sentire la differenza.
Ora ditemi come delle ragazze potranno camminare su quei tacchi su cui non è stato certo fatto lo stesso lavoro, create in maniera rudimentale, senza considerare equilibri e sagomature.
E i pellami? Alzo un sopracciglio, voi capirete.

Tutto questo a prezzi non ha H&M, è chiaro.

E ora la beffa.
Avete organizzato la vendita con minuzia: le prime 160 persone avrebbero ricevuto il braccialetto numerato e non avrebbero potuto acquistare più di un capo per tipologia.
Ecco, volete ridere? C’è gente che si è messa in coda all’alba, ha comprato le scarpe e le ha rivendute fuori dal negozio a prezzo raddoppiato. Non è triste?
Per non parlare di eBay: è ormai pieno delle sospirate creazioni a prezzi rimpolpati.
Io mi sentirei un po’ in colpa: ci sono persone che sfruttano le debolezze delle shopaholic.

Io avrei voluto i bracciali borchiati e le ballerine.
Davvero, mi sarei messa in fila presto (ma non così presto) e avrei aspettato.
Quando poi ho scoperto che non avrei potuto acquistare tutti i braccialetti per la regola sopracitata mi son innervosita: voi stessi li proponete così, in quella combinazione.
A questo punto vado dal mio fidato banchetto in Piazzola e mi faccio preparare un bracciale borchiato come si comanda.

Sono però disposta a perdonarvi.
Ho una proposta: fate una collezione con Vivienne Westwood.
Il nome non è così popolare da attirare le masse ma richiamerà un pubblico sicuramente sapiente.
Se poi contenete i prezzi ve ne sarei grata.

Ci vediamo da Sonia. Rykiel.

Yours,

Sybelle

Published in: on novembre 15, 2009 at 6:55 pm  Commenti (7)  
Tags: , , , , ,

Fashion in Japan

(della serie: tanto lo sapevate che prima o poi questo post sarebbe arrivato)

Quando ci sono le settimane della moda ci si chiede spesso “Chi avrà mai il coraggio d’indossare tali scarpe, portare tali vestiti, comprare certe borse”, insomma, “osare così tanto”?
La risposta è: i giapponesi.

Per loro lo stile è una questione estremamente personale e fondamentale: se io apro l’armadio e prendo una maglietta, un paio di jeans e delle scarpe per esser soddisfatta loro hanno molte più variabili. La shojo (ragazza) media si preoccuperà di: maglietta, jeans, calzini, scarpe, cappello, collana, unghie, elastici per capelli, borsa, portachiavi, ombrello. E tutto dovrà essere rigorosamente, precisamente e straordinariamente coordinato. Impressionante. Io impazzirei dopo tre giorni.
I negozi sono colmi di set già pronti di tutti questi oggetti dallo stesso stile, linea e colore. Volete vestirvi a quadretti arancioni? Prego, accomodatevi.
La questione si replica per quanto riguarda gli abiti tradizionali, ovvero kimono e yukata: la fantasia del tessuto andrà abbinata agli zoccoli, al ventaglio, ai fermagli per capelli, alla borsa, alle unghie, al trucco.
E’ stato strano notare come indossino tranquillamente i loro abiti tradizionali: se noi andassimo in giro con i nostri abiti tipici regionali ci sentiremmo a disagio. Per loro invece è normale: li usano quotidianamente e credo si stupiscano dell’attenzione che ricevono dai turisti. (n.b. indossare uno yukata è stato un’esperienza: camminavo con passi minuscoli e sembravo un pinguino, l’obi mi stringeva terribilmente in vita e con le maniche larghe mi sentivo un pipistrello. Divertente).

Dal lato totalmente opposto invece ho notato un tentativo d’imitare il più possibile la moda occidentale.
Non importa quanto sia scomodo, è una questione di principio.
In Giappone le scarpe per donna raggiungono al massimo il numero 38: hanno piedi piccoli, proporzionati alla loro esile conformazione fisica, e spesso le firme occidentali non producono scarpe così minute. Morale? Indossano comunque le calzature che, larghissime, scivolano a ogni passo rimanendo ancorate a terra. Una prassi molto comune.  Come facciano a non inciampare è un vero mistero.
Il 90% delle ragazze indossa sempre tacchi altissimi, strumenti di tortura da cui io potrei cadere nel giro di cinque minuti. Esili, leggere, minute, loro li portano con assoluta naturalezza.

C’è solo un unico comune denominatore di tutte le tendenze giapponesi: bisogna risultare kawaii, ovvero carini.
Anche se sei una gothic lolita sarai kawaii.

E se voi uomini pensate che sia una questione prettamente femminile, beh, devo contraddirvi: gli shonen (ragazzi) si inerpicano su zeppe spaventose. Ebbene sì.

Insomma, avete presente un manga? Come si vestono?
Identici. Cosplay compresi.

(io adoro i giapponesi. Non si era capito?)

Published in: on novembre 6, 2009 at 7:30 pm  Commenti (2)  
Tags: , , ,

Il bollettino della shopaholic

(Premessa: io ci provo a scrivere di pubblicità e Giappone. Ho i post già in testa. E’ che quando passeggio per Bologna noto talmente tante cose entusiasmanti sulla moda che mi parte un embolo e le dita si muovono da sole sulla tastiera. Quei post arriveranno eh.)

Care le mie shopaholic,
benvenute al consueto (ma quando mai?) appuntamento con la vostra personal shopper (ah sì?) di fiducia: per Bologna ho notato tanti dettagli degni di nota che sicuramente non gioveranno al vostro (nostro) portafoglio.

a) in un negozio di via Indipendenza (non faccio nomi perchè è sempre quello. A questo punto dovrebbe pagarmi) sono arrivate le jelly shoes di Vivienne Westwood-Melissa. Peep-toe col cuore, col fiocco e col globo sulla punta nonchè le strambe ballerine. Se sapete camminare su tacchi così alti o volete spendere una tal cifra per delle scarpe di gomma sapete dove andare.

b) da Mango quest’anno c’è una collezione basic adorabile: maglioncini e cardigan semplici ma con quei dettagli che li rendono originali. Abbandonate le maglie di Zara da 14,99 euro (che dopo tre mesi dovrete buttare via) e fateci un giro.Problema: la vestibilità di tali capi è veramente ridotta. Nel senso che se vi piace l’effetto sottovuoto siete a posto (ma in Spagna son tutte anoressiche? Ho dovuto comprare un cardigan di due misure in più). Se siete in crisi con la dieta e vi sentite enormi non andateci.

c) hanno aperto un secondo H&M a Bologna, in via Ugo Bassi. Mentre il primo ospita anche la collezione da uomo questo ha i capi per i bambini. E’ carino ma già faccio il conto alla rovescia: quando diventerà un carnaio?

d) il 14 Novembre esce la collezione Jimmy Choo da H&M. Immagino che lo saprete e che sarete già incatenate alle serrande. L’unica domanda è: caro Jimmy, ma visto che è inverno non sarebbe il caso di fare tante scarpe chiuse e non sandali? Sappiate che chi cercherà di sottrarmi i bracciali borchiati dovrà prima sconfiggermi (e a tal scopo basta sventolare una fiorentina alta cinque cm. Che ci volete fare…);

e) sempre da Mango sono arrivate le magliette firmate da Paulo Coelho. Lo so, il binomio Mango-Coelho perplimerebbe chiunque ma se vi piace lo scrittore…

f) domani, 20 Ottobre 2009, nel Benetton di Bologna si terrà l’evento della rivista Grazia: dalle ore 13 in poi potrete essere fotografate come se foste modelle in copertina (già immagino le orde di ragazzine aspiranti Amici). Credo che sia uno dei pochi motivi per cui entrare da Benetton: collezione veramente noiosa.

Per ora direi di aver concluso.
Vado a metter sotto chiave il portafoglio, promesso (certo, certo).

n.b. ho scritto questo post stamane sul treno. Dopo le recenti news non avrei mai potuto: ho la testa piena di ben altri stupendi pensieri.

L’abito fa il monaco. Soprattutto se deve laurearsi.

Della sottoscritta si possono annoverare molti difetti, ma su due questioni posso dimostrare la determinazione più assoluta: il cibo e lo shopping.

Siccome a breve mi laureerò stamane ho chiesto il consiglio di Madreeeh (pronunciata alla Jean Claude) e siamo andate in una boutique ben fornita di cui quest’ultima è cliente trentennale.

Entro e dico:  “Vorrei un tailleur pantalone per la mia laurea. Nero”.

A voi pare che ci sia possibilità di fraintendere? Ho omesso qualcosa?
Ho parlato in Serpentese?

Innanzitutto la genitrice mi guarda inorridita: “Ma come, anche per il giorno della tua laurea sarai vestita di nero?”.
Dovevo immaginare che, dopo quella frase, sarebbe stato il delirio. Infatti le commesse, spronate e aizzate, hanno iniziato a portare i capi di abbigliamento più assurdi e orribili che abbia mai visto.

Un vestito di BluGirl di tartan blu con le maniche a palloncino e il fiocco dietro la schiena.
Commessa: “Vuoi provarlo?”
Io: “NO!”
Madre: “Vuoi provarlo?”
Io: “NO! Manco per idea!”
Commessa & Madre (in coro): “Ma è così carino!”
Alchè ho fatto una faccia stile “Se lo dite un’altra volta vi brucio il negozio”.

Un abito nero con un serpente di paillettes sul fianco.
Commessa: “E questo?”
Io: “Ehm… forse non ha capito, ma è per la mia laurea”.
Commessa: “Appunto!”
Io: “Come, prego?”
Madre: “Ma sì, è gggiovane”.
Forse Madreeeh e Commessa sono state a una laurea al Cocoricò, unico posto dove quel vestito sarebbe stato accettato.

Un vestito nero con ruches e una cintura di paillettes che cingeva anche il collo.
Commesse (perchè nel mentre si sono moltiplicate) e Madre: “Ma stai benissimo!”
Io: “… io dovrei laurearmi così?”
Commesse & Madre: “Ma sì, per sdrammatizzare!”
Sdrammatizzare cosaaah?

Poi mi mostrano una serie di abiti stretti sul fondo, che so per certo che non mi possono stare bene, data la mia conformazione fisica.
Glielo spiego.
Commessa: “Non puoi saperlo, provali!”
Io: “In verità lo so bene…”
Commessa: “Provarli non costa niente!”
Io: “Non ha capito: non mi possono stare bene!”
Commessa: “Daaai…”
E va bene, li provo solo per fare un dispetto. Ne infilo uno, esco con le mani sui fianchi ed esclamo: “EBBENE?” (della serie: se mi dite che sto bene siete delle false bugiarde e chiamo la commissione per il Buon Gusto).

Credevo di essere stata chiara.
Poi mi porgono un abito stretto in fondo. Marrone.
Nei miei occhi si potevano intravedere Satana.

I tailleur neri che mi propongono sono insulsi, anonimi, con le giacche troppo corte e i pantaloni o lunghi o stile “acqua in casa”.
Commessa: “Sono tailleur neri bellissimi, di alta sartoria!”
E io spiego: “Io vorrei un tailleur nero col pantalone, sobrio ma col taglio un po’ particolare. E una camicia bianca a manica corta, sempre un po’ insolita”.
Commessa: “Ragazza mia, non ne fanno mica così!”
Io ribatto: “Eh no, a casa ho una giacca di Armani spettacolare, con un taglio incredibile”.
Commessa: “Ah, allora ho qualcosa che fa per te”.
E torna con una giacca nera. Di Armani, sì, ma con dei fiori bianchi dai profili catarifrangenti.
Volevo morire.

Portano abiti a righe viola, panna e blu. Orrore.
Ancora a righe, ma solo blu e bianche. Ancora orrore.

Cerchiamo sul fronte “camicia”.
Hanno finito le camicie bianche (…).
Me ne mostrano una a quadrettini grigi, ruches e bottoni dorati. Piango.
La commessa esclama “Ah! Ho una camicia deliziosa color crema!”. E io ci spero.
Illusa!
Quello che per lei è “crema” per me è un “beige scuro”.
Cioè, vogliamo abbinare un marrone al nero?
Voglio scappare, ma Madreeeh continua a dar corda.

Mi portano articoli in fresco di lana.
Spiego dettagliatamente che sarò a Pesaro, sul mare, dove fa ancora più caldo.
E mi propongono un abito di Liu Jo in felpa stretch.
Ceeerto, io mi laureerò in felpa!

Attaccano anche sul fronte “scarpe”.
Dico: “Per il tailleur pantalone ho delle ballerine nere perfette”.
La commessa, questa gran furbona, indica le mie ballerine di nappa nera e con aria disgustata dice: “Quelleeeh? Ma sono rovinate, non vanno bene, ho qualcosa che fa per te, di una marca fantastica che si chiama ASH”.
E io replico, mentre impugno un forcone da diavolo: “Signorina, ho un paio di ballerine meravigliose di Sal-va-to-re Fer-ra-ga-mooo” (sottotitolo: chisseneimporta, niente sarà più bello e perfetto).
Commessa: “E scarpe col tacco? Tipo… queste?”.
E voilà, un paio di decolleté nere tacco quattordici, con plateau compreso.
La fisso intensamente.
Capisce che non è il caso.

Il colpo di grazia è sicuramente stata la quinta commessa che corre imbracciando grucce di giacche nere:
- la prima aveva una fantasia dorata sul retro;
- la seconda era uscita dagli anni Ottanta, tempestata di borchie dorate sul collo;
- la terza aveva un cuore di swarovski sulla tasca;
- la quarta era di jersey.

Finché arriva la proprietaria del negozio che, sorridente (credo per il troppo botox) dice: “E provare con questi leggings argentati coi profili di pietre argentate?”.

Sono sconvolta.
Ho i capelli in disordine, la faccia stravolta, il fiatone, la disperazione, la depressione e la collera funesta che manco Attila Flagello di dio.

E ho raccontato solo un terzo di ciò che è capitato.

Avrò il diritto d’esser sbalordita?

Published in: on settembre 26, 2009 at 10:51 am  Commenti (13)  
Tags: , , , , , ,

Shopaholic VS Commessa

Una caratteristica delle shopaholiche è individuare, tra quantità enormi di merce in saldo, proprio l’unico articolo a prezzo pieno, magari il più costoso della nuova collezione. Se poi i negozi iniziano ad allestire le vetrine autunno/inverno proprio ora, capirete che il rischio è facile.

In via Rizzoli c’è un negozio che espone una maglia adorabile: grigia, lunga, con due taschine. Una sorta di gilet oversize, ecco, con una bellissima spilla appuntata (entrambi i nuovi must della prossima stagione). New collection, che lo dico a fare?

Il caso voleva che stamane io e mia madre fossimo in centro e, dopo aver cercato di risolvere una situazione tragica in totale fretta (ma cosa dico tragica: TRAGGICAAAH, così tanto che non la volete nemmeno sapere!), siamo entrate nel negozio in catalessi.

Ecco, mia madre è una di quelle persone che segue la moda pedissequamente. Non porta gli stivali in estate (grazie al cielo), ne’ i leggins (ci mancherebbe), e non osa il pitonato (), ma quando qualcosa va, deve andare. Non importa se non si addice alla corporatura: se è di moda, che sia! La gioia della commessa, che ho fatto impazzire e che mi ha fatta penare.

Infatti, notando come il gilet non si addicesse a ciò che indossavo, mi ha proposto di provare un paio di pantaloni. Va bene!
… allora perchè è arrivata prima con un cardigan, poi con un altro gilet viola e infine con due camice a manica lunga e un coprispalle?

Finchè non ha pronunciato le fatidiche parole: “Queste cose le puoi indossare con i leggins!”.
Oh my gosh. Sorridevo paralizzata
L’ha detto una volta. Due volte. Alla terza… “No, mi scusi, ho un odio ancestrale per i leggins, non li porto, proprio mi danno fastidio, non c’è speranza“. Balbettavo, praticamente, in preda al panico.

Finalmente si è decisa, e mi ha portato alcuni pantaloni.
Il primo: stretti e lunghi fino a sopra le caviglie, in perfetto stile ‘acqua alta a Venezia’.
(applausi di mia madre, sorriso compiaciuto della commessa)
Non è il mio genere… proprio no“.
Lei: “Beh, ma quando fa freddo li puoi infilare negli stivali!“.
Sgrano gli occhi: “… n… no, io non posso sopportare nemmeno quelli. A meno che debba fare equitazione. Non li porto“.
Lei è perplessa. Forse ha capito che, sebbene il supporto di mia madre fosse tutto dalla sua parte, io non le darò soddisfazione.
Provo i secondi pantaloni. Orrendi.
(applausi di mia madre, sorriso compiaciuto della commessa)
Lancio delle occhiate furiose a mia madre, che in codice vorrebbero dire ‘PIANTALA’.
Infine arrivo ai terzi: dei leggins, praticamente, ma più lunghi.
No, proprio non li sopporto, mi spiace, sono orrendi“.

Alchè lei, la commessa, l’acerrima nemica, mi guarda come se volesse dirmi “Ah BBella, non porti i leggins, non porti gli stivali infilati nei pantaloni, se non sei alla MModa puoi infilarti un sacco di iuta e sparire dalla mia vista!“.
Ah, magari avesse avuto il coraggio di pronunciare tali parole!

Ho immaginato uno schermo contapunti, un ring e noi a combattere per il buon gusto.

Fatto è che alla fine chiedo come mai la meravigliosa spilla non sia appuntata al gilet.
Ah, ma è separata!“.
… cioè, questo semplicissimo gilet costa un’eresia, vuoi pure dirmi che la spilla, unica cosa che lo rendeva speciale, non è compresa?
Beh, in realtà non è una sola spilla, ma sono due unite. Costano entrambe…
… troppo. Vagamente, eh.

Ho come l’impressione che la nuova collezione attenderà.

La MECS (Movimento per la Eliminazione del Calzino col Sandalo)

E ora voglio che vi alziate. Una standing ovation, ma senza ovation. Solo standing.
Siete al lavoro? Non importa.
A casa col gatto? Ancora meglio.
In autobus? Perfetto.

Espirate tranquillamente, senza fretta. Concentratevi.
Inspirate. Un bel respiro. Pronti, d’accordo.

Ora urlate con me:
“I SANDALI CON LE CALZE NON SI POSSONO VEDEREEE!”.

… Vi sentite già più leggeri, immagino.
Quante volte avreste voluto dirlo?
Se i vostri colleghi in ufficio vi guardano male non preoccupatevi: la vostra è una sacrosanta causa, una giustificabilissima esternazione di rimostranza nei confronti di tale orrore.

Lo so, lo so, lo so.
Se parlare degli stivali in estate era come sparare sulla Croce Rossa questo argomento sfiora l’ovvio, ma pare ci siano ancora dubbi, seri dubbi sulla sua debellazione.
Potreste dire che sono solo i turisti tedeschi ad andare in giro così, che è un’usanza in via d’estinzione. Purtroppo no.

Le persone si ostinano a indossare i sandali con i calzini.
Le ciabatte da mare col calzetto di spugna spesso un dito, misteriosamente ricomparso dal cassetto ‘Inverno rigido’.
Le calze alte fino al ginocchio, che trasformano qualsiasi uomo in yodel (o giocatore di calcio, ma preferisco l’immagine dello yodel).
Il salvapiede con sandalo a tacco 12, poi… Non è che se lo fanno le modelle di Prada per salvarsi i piedi dovete farlo anche voi. Giuro! Non c’è nessuna legge che lo renda obbligatorio.
Poi ci sono quelle aziende che proprio lo promuovono: un delizioso calzino a fiorellini con la scarpina aperta. No! No! Ma anche no!

Ci sono solo tre casi che giustificano tale scelta:

1) siete giapponesi. O amanti del Giappone. Andate in giro con gli zoccoli di legno e il calzino infradito è indispensabile per il perfetto look tradizionale. Comodo, con i sampietrini;
2) avete anche le Crocs. Magari indossate calze e Crocs. Questo indica che siete un caso disperato, e non c’è possibilità di redenzione;
3) quando siete andati a farvi la pedicure l’estetista vi ha fatto uno scherzone disegnando delle svastiche sulle unghie, che quindi dovete coprire.

Se concordate con me, la MECS (Movimento per la Eliminazione del Calzino col Sandalo) fa per voi.

Come sempre, son qua a chiedere delucidazioni. Spiegazioni. I motivi di tale insensato comportamento.
Attendo pazientemente i vostri lumi.
Sappiatemi dire.

Published in: on luglio 16, 2009 at 7:45 pm  Commenti (12)  
Tags: , , , , , , ,

La NASIE (No Agli Stivali In Estate)

Lo so, è come sparare sulla Croce Rossa.
Allora perchè imperversano ancora, in grande numero, ovunque, senza sosta?

Non sto parlando di un’epidemia: ciò a cui mi riferisco sono gli stivali indossati in estate.
A meno che non viviate sulle Dolomiti, dove c’è la neve anche in Agosto e dovete scarpinare da una malga all’altra guidando una mandria di mucche, perchè voi, o donne, li indossate nei posti più caldi, dove l’umidità non lascia tregua?

Le mie ipotesi sono:
a) non sentite il caldo. Ne’ l’umido. Siete delle supereroine, insomma, dal piedino fatato sempre perfetto. Io vorrei tanto sapere cosa succede dentro quello stivale: avete installato l’aria condizionata? Avete inserito i ghiaccioli da freezer portatile, quelli che si usano quando si fanno i pic nic? Li avete immersi nell’acqua?
b) non vi siete accorte che è giunta l’estate. Eh, chi lo sa, magari il vostro calendario segna il 3 Gennaio, data in cui gli stivali sarebbero legittimati. Estate? E’ così lontana!
c) l’effetto ‘sauna’ vi giova;
d) volete essere sempre fesciòn e, se quest’anno vanno gli stivali all’indiana, che se ne comprino quindici da sfoggiare! Con punta, senza punta, aperti sui talloni, lunghi fino al ginocchio ma che lascino le dita scoperte: ce n’è per tutti i gusti. Evviva, no?
e) state andando a pescare. Nel centro di Bologna. Qualcosa si troverà per i canali, no? Avete ragione anche voi;
f) ve l’ha prescritto il medico. Eh, se bisogna…

Oggi fondo così la NASIE: No Agli Stivali In Estate.
Mi fanno caldo solo a vederli. Soffro per chi li indossa. Sono senza logica e morale.
O mi sfugge qualcosa? Qualcuno mi spieghi il perchè di questa mossa a mio parere assolutamente all’insegna del masochismo!

Published in: on luglio 6, 2009 at 3:57 pm  Commenti (18)  
Tags: , , , , , , ,

Se questa è una vetrina/6

Volete sapere com’è finita l’altro giorno con la maglietta di 5Preview?

La mostro a mia madre, curiosa di vedere cosa mi ha fatta quasi svenire per strada. Avevo gli occhi luccicanti come nei cartoni giapponesi, con stelle e scintille al posto delle iridi.
Lei la guarda e, perplessa, dice: “Sì, ok, ma ora mi devi spiegare che cos’ha di tanto straordinario questa t-shirt”.
Beffa! Oltraggio! Disappunto!
E via, le narro che “Non è moda, è design, è arte, non è solo una maglietta, ecc. ecc.”, un po’ alla Nigel de Il Diavolo veste Prada (adoro Stanley Tucci, a parte tutto). Poi mi ritiro in camera alla Sheldon Cooper, orgogliosa del mio acquisto e della mia sapienza in merito.

Oggi, nel mesto tentativo di fare un fax, passo davanti a Ratti di Bologna, e noto immediatamente una borsetta bianca piena di spille Chanel.
“Russia, inverno, Hermitage” sono le prime parole che mi vengono in mente, poi noto un commesso uscire e scattare delle fotografie proprio a ciò che sto osservando.
Quindi indietreggio, mi allontano un poco, e… meraviglia, stupore e incanto!

La visione totale di questa vetrina è straordinaria. Per una shopaholic, poi, è un colpo al cuore.
Improvvisamente comprendo i riferimenti artistici e storici, la scelta dei colori e delle forme, delle scritte e della struttura bianca.
Ogni dettaglio, dalle camelie sulle scarpe alla trama del tessuto, compone una storia.

Questa sì che è una vetrina!
… e il prossimo che osa dire che la moda non è arte dovrà fare quattro chiacchiere con la sottoscritta.
Sono combattiva e agguerrita.

Published in: on giugno 12, 2009 at 3:31 pm  Commenti (6)  
Tags: , , , , , , , , ,

Se questa è una vetrina/5

Alzi una mano chi non ha mai giocato con i Playmobil (… mi spiace per voi).

Quegli omini di plastica con i capelli intercambiabili e pungenti, col sorriso letteralmente stampato in volto e dalla mobilità fisica pari alla mia, praticamente.
Io ne avevo in quantità, tutti gettati in una grossa scatola con qualche centinaio di Lego: sospetto che mio padre desiderasse una figlia architetto o ingegnere, da quanto mi spronava a costruire enormi case colorate (o navicelle spaziali, talvolta). Ovviamente i Playmobil erano i personaggi. (n.b. ben presto mio padre si è rassegnato alla mia assoluta incapacità con i numeri, sia chiaro).
Un passatempo ben poco femminile, forse.

Qualche tempo fa sono passata davanti al solito stravagante negozio di scarpe e sul momento sono rimasta perplessa: che ci facevano tutti quei Playmobil in vetrina?
L’effetto “madelaine di Proust” mi ha rapita in un mondo di ricordi.
Poi ho impiegato qualche istante a trovare il nesso e individuare le due scarpe.

… non si può non apprezzare tanta creatività! Quanto ci avranno messo a disporre tutti gli omini, la sabbia, le navi? E’ un peccato distruggerla.
Anche se non potrò mai entrarci senza fare un mutuo preventivo, adoro già quel negozio.

Io confesso

Giuro di dire tutta la verità e nient’altro che la verità, di non nascondere scontrini esorbitanti, di essere sincera con me stessa e di riconoscere d’avere un problema.
Ciao, mi chiamo Sybelle e sono una shopaholic.

Se stamane avete visto una statua di sale in via Indipendenza, ero io.
Stavo guardando le magliette di 5Preview.
Io le bramavo. Le adoravo. Le desideravo da mesi.
In pieno stile irrazionalmente shopaholic, ovvero “Son magliette bianche con delle scritte, che sarà mai?”, no, la mia immaginazione va oltre tutto questo.
Si parla di ‘investimento simbolico’ nei confronti di certi oggetti, no? Ecco, io l’investimento lo faccio con un tir di pensieri accatastati.

Per qualche minuto sono riuscita a reggere la tentazione, allontanandomi dal negozio.
Sembravo piuttosto calma.

Poi ho avuto la bella idea di controllare (così, tanto per) il sito della 5Preview, e cosa leggo?
Che non produrranno più quelle magliette.

Il panico.
Medito sulle opportunità.
Pondero su quanti soldi ho nel bancomat.
Penso se, come, perchè, quando, con chi, quanto.
Qualsiasi cosa.

L’iPod Touch si blocca del tutto, non reggendo la quantità d’informazioni che sto cercando di carpire in tempi record.
Non si spegne, non si muove. Lo scuoto come una maracas, chissà, ma niente. Crash. Evviva.

E i miei piedi si muovono verso lo sportello bancomat.
Controllo il saldo.

Sì, ce la posso fare.

L’ora. Mancano cinque minuti alla chiusura del negozio.
Sfreccio tra ragazzine emo invornite e commensali del McDonald.

Giungo al negozio.
Suono il campanello, perchè in quel negozio devi suonare il campanello.
Mia madre ha la bella idea di chiamarmi in quel momento. La mia ansia aumenta.

Chiedo alla commessa di quelle magliette.
Me le mostra tutte. Cerca di vendermi quella di cui vedo grandi scorte alle sue spalle (se non la compra nessuno ci sarà un perchè, no?).
Io voglio quella esposta in vetrina, indossata dal manichino. Proprio quella. E’ l’ultima.

Me la porge e dice ‘Provala’.
Dove?
Dopo un po’ mi indica il piano di sopra. Eh grazie.
Il camerino è pieno di sandali Armani di gomma e per un attimo temo di essere nello sgabuzzino.

Provo la maglietta. E’ lei.
Scendo, la pago, me ne impossesso, è mia.

Esco dal negozio con aria totalmente stravolta, manco fossi tornata dalla guerra dei cent’anni.

Sono un caso disperato. Veramente.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.