Food in Japan/2

Seconda puntata con “Sybelle e i suoi deliranti racconti sul cibo giapponese“.
Il punto è che quando parlo o scrivo di qualcosa che rientri nella categoria “mangereccio” mi appare un sorriso ebete sul volto. Anche in questo momento, quindi, sembro folle.

Takoyaki
Nei manga e negli anime si vedono spesso questi spiedini con due o tre polpettine.
Se vi siete mai chiesti cosa fossero ho la risposta: sono takoyaki, ovvero polpette ripiene di polipo impanate e o fritte o cotte nel forno. Qualcosa che rimetterebbe al mondo chiunque.
I giapponesi, come ho già avuto modo di dire, sono decisamente avanti rispetto a chiunque altro: dove mangiare i takoyaki con tranquillità se non sul treno superveloce Shinkansen?
Le stazioni giapponesi sono come gli autogrill: parchi divertimenti ben più simili ai nostri aeroporti. Lucenti, splendenti, perfette, puntuali e con tanti negozietti di bento, souvenir e, appunto, cibo.
I takoyaki sono un classico cibo giapponese d’asporto.
Nel vedere i nostri occhietti brillanti e pieni di stelline Okasan (… devo ben definire il grado di parentela tra me e la madre della moglie di mio cugino, se un grado di parentela esiste) ha preso l’iniziativa e ci ha comprato alcune scatole di takoyaki. Manco i bambini dell’asilo, però provate voi a ordinare una ventina di spiedini in giapponese e poi ne parliamo.
Deliziosi, ustionanti, soddisfacenti.

Yakitori
Credo che gli yakitori siano il cibo che più ho mangiato in Japan dopo gli onigiri: questi spiedini di pollo sono straordinariamente buoni.
“E vabbè, è pollo” direte voi.
“Oh, il pollo giapponese deve essere diverso”, risponderò io.
Eccellenti in qualsiasi versione: con salsa, senza salsa, solo con sale, impanati, da mangiare in numero imbarazzante (i giapponesi poi mangiano poco. Penso d’aver traumatizzato qualche cuoco con tutti i piatti che continuavo a ordinare).

I dolcetti di riso
Ahahah.
Ora veniamo al bello, ovvero a cosa non mi è proprio piaciuto.
A quanto pare questo post parlerà solo di spiedini perchè, infatti, sto per parlarvi dei famigerati spiedini di mochi, ovvero riso fermentato fino a farlo diventare colla, aromatizzato in varie versioni, appallottolato e infilzato.
Okasan ci raccontava che a Capodanno ci sono dei casi di morte a causa di questi dolci: gli anziani e i bambini ne sono così ghiotti che si soffocano mangiandoli (ebbene sì). Fortunatamente non corro questo rischio in quanto non li ho esattamente trovato di mio gusto.
Eppure in Giappone li vendono ovunque e sono apprezzatissimi come regali: se vedete delle belle scatole decorate vi assicuro che sono proprio loro, i mochi.
E’ come masticare enormi chewing gum. Mangiarli in estate con trenta e passa gradi e un’umidità del 90% è stato pressapoco avventuroso.

Sezione “spiedini” conclusa.
Alla terza puntata, allora.

Published in: on novembre 26, 2009 at 11:42 am  Commenti (4)  
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Food in Japan/1

(della serie: se il post sulla moda era prevedibile, quello sul cibo giapponese era essenziale)

Come ho più volte detto, io sono una persona imbranata: non dico mai le parole giuste al momento giusto e sono impacciata nell’arte della conversazione.
Eppure quando si parla di cibo posso mostrare una loquacità alquanto preoccupante.

Come non potevo parlare delle mie esperienze gastronomiche in Giappone?
Giacchè non si parla solo di sushi e sashimi, pietanze ormai di tendenza in Italia: ho volutamente sperimentato tutto.

Onigiri.
Ne ho mangiati quanti? Trenta? Quaranta?
Sono polpette di riso ripiene e avvolte nell’alga nori. Dato che quest’ultima deve essere croccante i giapponesi hanno studiato un ingegnoso sistema per avvolgere riso e alga in modo che si tocchino solo all’apertura. Geniali, ovviamente.
E ora lo proclamo: io voglio gli onigiri in Italia.
Aprirei un’onigireria anche ora. Magari non con questo nome, ecco.
Dentro alle polpette tradizionalmente triangolari si trova qualsiasi cosa: tonno, salmone, umeboshi, carne e maionese, uova di pesce, e così via.
Le vendono in qualsiasi 7/11, i piccoli supermercati sempre aperti presenti ovunque (a parte a Koyasan, la città dei monaci buddisti) e costano una sciocchezza: 100 Yen, ovvero 70 centesimi di euro. In Italia non ci compri nemmeno un pacchetto di chewing gum.
Sono così buoni, così croccanti, così perfetti, così giapponesi, così… così riso!
Dopo lo Starbucks proclamo quindi il mio eterno amore per qualcosa che non troverò mai in Italia, temo.

Ramen.
Non ha niente a che fare con quello che vendono in Italia, una zuppetta trasparente in cui sono immersi i noodle e qualche verdura. Macchè.
Il ramen giapponese è preparato in mille versioni e hanno ristoranti che servono esclusivamente quelli.
In brodo, asciutti, con carne, con pesce, con tempura, con qualsiasi cosa che potete immaginare.
I giapponesi sono organizzatissimi (ma va!): spesso accade che all’esterno del ristorante ci sia una macchinetta in cui pagare il ramen prescelto, ritirare un ticket, sedersi, consegnare il ticket ed essere serviti. Facile e utile per evitare i disastri con la lingua locale. Adottano questo sistema ovunque, anche negli autogrill (… ora che ci penso: dovrei scrivere un articolo solo sugli autogrill giapponesi. Meriterebbe).
Uno dei ramen che ho assaggiato era col brodo e la carne: succulento, saporito, con tanto sesamo e verdure, questi spaghetti sono stati meravigliosi.
Certo, l’usanza vuole che si risucchino gli spaghetti senza alcuna vergogna. Per loro è normale, per noi imbarazzante.

Shorompo.
Alzi la mano chi non ha mai visto Ranma 1/2, l’anime del ragazzo che, quando veniva bagnato dall’acqua fredda, si trasformava in ragazza.
Per chi se lo fosse perso spiegherò cosa sono gli shorompo: sono i ravioloni che il maestro Happosai mangiava continuamente. Sono enormi ravioli bianchi ripieni di carne, bollenti e ottimi.
Immaginate i ravioli del ristorante cinese. Moltiplicateli per venti. Ed ecco lo shorompo!
Trovati all’autogrill. Credo che la commessa non abbia mai visto nessuno così felice d’ordinare un raviolo.

Frutta
La frutta in Giappone non esiste.
Non la coltivano, la importano e costa una follia.
Volete fare un regalo molto importante? Regalate una cassa di pesche: queste sono molto grandi, avvolte una ad una in una spessa rete protettiva, lucidate e disposte con cura in una cassetta di cartone.
Io una pesca giapponese l’ho comprata: 3 euro e 50 di pesca sugosa e invitante.
Uva. Stesso discorso: chicchi fuori misura come il prezzo.
Il resto viene tutto servito sotto gelatina: i giapponesi metterebbero qualsiasi cosa sotto gelatina, credo ci farebbero volentieri il bagno! Hanno anche le bevande gelatinose: si compra la bottiglietta, la si agita e i pezzi di gelatina si uniscono al succo. … un commento spassionato: bah.

A presto una seconda puntata.
E anche una terza, a questo punto.

Published in: on novembre 13, 2009 at 7:47 pm  Commenti (4)  
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Fashion in Japan

(della serie: tanto lo sapevate che prima o poi questo post sarebbe arrivato)

Quando ci sono le settimane della moda ci si chiede spesso “Chi avrà mai il coraggio d’indossare tali scarpe, portare tali vestiti, comprare certe borse”, insomma, “osare così tanto”?
La risposta è: i giapponesi.

Per loro lo stile è una questione estremamente personale e fondamentale: se io apro l’armadio e prendo una maglietta, un paio di jeans e delle scarpe per esser soddisfatta loro hanno molte più variabili. La shojo (ragazza) media si preoccuperà di: maglietta, jeans, calzini, scarpe, cappello, collana, unghie, elastici per capelli, borsa, portachiavi, ombrello. E tutto dovrà essere rigorosamente, precisamente e straordinariamente coordinato. Impressionante. Io impazzirei dopo tre giorni.
I negozi sono colmi di set già pronti di tutti questi oggetti dallo stesso stile, linea e colore. Volete vestirvi a quadretti arancioni? Prego, accomodatevi.
La questione si replica per quanto riguarda gli abiti tradizionali, ovvero kimono e yukata: la fantasia del tessuto andrà abbinata agli zoccoli, al ventaglio, ai fermagli per capelli, alla borsa, alle unghie, al trucco.
E’ stato strano notare come indossino tranquillamente i loro abiti tradizionali: se noi andassimo in giro con i nostri abiti tipici regionali ci sentiremmo a disagio. Per loro invece è normale: li usano quotidianamente e credo si stupiscano dell’attenzione che ricevono dai turisti. (n.b. indossare uno yukata è stato un’esperienza: camminavo con passi minuscoli e sembravo un pinguino, l’obi mi stringeva terribilmente in vita e con le maniche larghe mi sentivo un pipistrello. Divertente).

Dal lato totalmente opposto invece ho notato un tentativo d’imitare il più possibile la moda occidentale.
Non importa quanto sia scomodo, è una questione di principio.
In Giappone le scarpe per donna raggiungono al massimo il numero 38: hanno piedi piccoli, proporzionati alla loro esile conformazione fisica, e spesso le firme occidentali non producono scarpe così minute. Morale? Indossano comunque le calzature che, larghissime, scivolano a ogni passo rimanendo ancorate a terra. Una prassi molto comune.  Come facciano a non inciampare è un vero mistero.
Il 90% delle ragazze indossa sempre tacchi altissimi, strumenti di tortura da cui io potrei cadere nel giro di cinque minuti. Esili, leggere, minute, loro li portano con assoluta naturalezza.

C’è solo un unico comune denominatore di tutte le tendenze giapponesi: bisogna risultare kawaii, ovvero carini.
Anche se sei una gothic lolita sarai kawaii.

E se voi uomini pensate che sia una questione prettamente femminile, beh, devo contraddirvi: gli shonen (ragazzi) si inerpicano su zeppe spaventose. Ebbene sì.

Insomma, avete presente un manga? Come si vestono?
Identici. Cosplay compresi.

(io adoro i giapponesi. Non si era capito?)

Published in: on novembre 6, 2009 at 7:30 pm  Commenti (2)  
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Il viaggio in Giappone/Part. II Don’t feed the deers!

Nara è una città particolare che noi abbiamo visto con un tempo ancor più particolare: era infatti in corso il diluvio universale, ma cosa vuoi che sia, non ci si lascia fermare dal meteo, che non siamo in visita a Pinerolo, ma in Giappone, che non è proprio dietro l’angolo!

Forte di queste motivazioni non avevo considerato un altro piccolo… “problema”.

I cervi.

Per Nara vagano infatti circa 1200 cervi, giovani o con una selva di simpatiche corna, che sono considerati Tesoro Nazionale e che possono appunto girovagare indisturbati, attraversare la strada quando meglio credono e intenerire i passanti.

Sono buoni, mansueti, kawaii, “carini e coccolosi”, tanto che vorresti portartene uno a casa come souvenir.

E’ tutta apparenza.
In realtà quei cervi sono delle macchine da guerra. Approfittano del loro aspetto, ti guardano come Bambi quando gli uccidono la madre. E chi può resistere a Bambi, chi?

Quindi mi avvicino a un banchetto in cui delle signore vendono dei pacchetti di “biscotti per cervi” (ebbene sì). L’arzilla nonnetta fa cenno di allontanarmi.

Cinque passi più avanti vengo circondata.

Sybelle VS Deers, signore e signori, la lotta per l’ultimo biscotto.

Questi esseri malefici iniziano a spingermi.
A darmi morsi sulle gambe per attirare l’attenzione.
Mi spronano a lasciargli i biscotti con le loro allegre corna.
Mi impartiscono colpi con gli zoccoli.
Sono impazienti, sono voraci, sono implacabili.
“Biscotti! Biscotti! Biscotti!”, sembrano dire all’unisono.

Li sparpaglio a caso, uno dopo l’altro, mentre:
a) i parenti giapponesi mi filmano;
b) i parenti italiani mi fotografano;
c) il cugino esperto mi urla “Dà i biscotti a quello con le corna più grandi!”. E quale sarebbe quello con le corna più grandi, di grazia?;
d) continuava a diluviare, e ovviamente non avevo l’ombrello;
e) i passanti ridono (inesattezza: tutti ridono. Anch’io, per il panico);
f) alcuni turisti mi osservano terrorizzati.

Appena hanno visto le mie mani vuote mi hanno guardata con disappunto e se ne sono andati, tornando a essere “poveri piccoli adorabili cervi e cerbiatti sotto la pioggia”.

Meglio per loro, aggiungerei: li vedevo già bene con la polenta.

Published in: on settembre 1, 2009 at 7:37 pm  Commenti (4)  

Il viaggio in Giappone/Part. 1 I vecchietti della KLM

Intanto vediamo di arrivarci, in Giappone!

Perchè ovviamente il mio viaggio non poteva essere normale, no.
C’ero io in mezzo, quindi doveva per forza accadere qualcosa di anomalo. Infatti.

Bologna, 5 Agosto.
La comitiva si trova in aeroporto, effettua il check in.
No, aspetta, riavvolgo.
Quasi tutta la comitiva effettua il check in: due persone, infatti, rimangono indietro perchè le hostess di terra si sono dichiarate in sciopero da quel momento a causa della mancanza dell’aria condizionata. Beeene. Non si sa come, ma alla fine ce la fanno.

Aereo in ritardo di mezz’ora. Bene, sempre meglio, dato che ad Amsterdam abbiamo solo un’ora e cinque minuti per prendere l’aereo per Tokyo.

Saliamo, finalmente, e non appena varchiamo la soglia ci viene raccontata la seguente situazione.
Avete presente le uscite d’emergenza all’interno degli aerei? Solitamente ci stanno le persone giovani, pronte a reagire in caso di necessità. Ecco, questa volta l’hostess della KLM cercava di spiegare la procedura a due anziani (malefici) in procinto di partire per una crociera. In inglese.
E quando l’hostess ha detto ‘Lei deve tirare la maniglia dell’uscita di sicurezza’, il vecchietto cos’ha fatto? Ha tirato la maniglia dell’uscita di sicurezza, ovvio!


Immaginate cosa mi è passato per la mente nel momento in cui ho scoperto la faccenda. Improperi, istinti omicidi, e così via.
Ha aperto l’uscita di sicurezza. Avete mai assistito a un fatto simile? Il sigillo era rotto, l’hostess girava con le mani nei capelli, cercando di mantenere la calma quando NO, di calma proprio non ce n’era.

E sapete la cosa più assurda?
Un ingegnere si trovava per caso nei paraggi, è salito sull’ala, ha controllato il portellone, e ha dato l’Ok, potete partire.
Altrimenti dovevamo rimanere a terra, e allora sarei partita io per la crociera dei vecchietti, perchè loro non sarebbero stati più in grado.

Quindi eravamo in ritardo, spaventoso ritardo.
L’hostess si aggirava per l’aereo cercando due volontari che si sedessero al posto dei dannosi anziani. Ovviamente nessuno voleva, che domande.
Nessuno a parte la sottoscritta e la sua testina abitata.

Un viaggio veramente rilassante, certo, con il sigillo di sicurezza che sventolava davanti ai nostri occhi, che si spalancavano a ogni minimo spiffero o rumore o tremore.
E con una coppia di ragazzi davanti a noi che ci ha detto “Beh, se si apre dovete essere veloci perchè sarete i primi a essere scagliati fuori”.
… e voi i secondi, maledetti!

Un piccolo assaggio del mio viaggio in Giappone.
Il resto a breve.

Published in: on agosto 22, 2009 at 2:51 pm  Commenti (6)  
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