Giochi di carte

Da quando sono a Milano la domanda che mi viene posta più spesso è “Come ti trovi?”, con quell’aria che suppone una risposta disperata. Invece no, io dico sempre “Bene, a me Milano piace!”, il che provoca sguardi perplessi e dubbiosi. Eppure è così: Milano mi piace. Non è come Bologna, ma fa per me.

Bologna è un paesotto, fondamentalmente: una volta che hai visto quelle due mostre e hai mangiato in quei ristoranti non ti rimane molto da fare e sei quasi costretto a rilassarti. Bologna è come una partita a briscola, una bolognesissima briscola: in mano hai tre carte al massimo, e le devi buttare tutte giù. No, non ne hai mai più di tre, scelta estremamente limitata.

Milano invece offre una possibilità sterminata di proposte: musei, cinema, concerti, locali, aperitivi, presentazioni, seminari, incontri, convegni. Rilassarsi è impossibile, non c’è tempo per dedicarsi a tutto, il che è quasi frustrante. Ti vuoi rilassare, una benedetta sera? In qualche modo te ne pentirai.
Milano è come una partita a scala quaranta: puoi arrivare con dieci, quindici, venti carte in mano e devi scegliere la strategia migliore. E’ tutto più ampio e complicato. Stimolante, certo, ma talvolta caotico: magari ti appelli all’aiuto di tre caffè, ma non bastano mai.

Quindi talvolta mi mancano Bologna e i suoi “limiti”.
Milano ti investe, e se già sei un procrastinatore puoi star certo che il problema non migliorerà.

Ecco il fondamentale perchè della mia sparizione da questo blog: sono stata travolta, e infatti sono riemersa solo in un momento di stasi montanara.
… beh, nel mentre ho aperto un fashion blog con un’amica, dove potrete continuare a leggere i miei sproloqui sul mondo della moda. Non chiamatemi “fashion blogger” però: continuando a mangiare come una disgraziata non sarò mai tanto magra come loro.

Published in: on luglio 10, 2010 at 5:18 pm  Commenti (2)  
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Start

Io, proprio io, odiavo Bologna.
Quando ero piccola andavo in centro con i parenti e mi sembrava una città mostruosa: tante brutte facce, maleodorante, rumorosa e soprattutto cupa, con quei portici rosso scuro che sembrano inglobarti all’interno delle case.
Quando cantavo al Teatro uscivo spesso a orari improponibili: c’erano le prove settimanali e quelle per le opere liriche che potevano protrarsi fino a tarda serata. Sbucavo dall’entrata degli artisti in Largo Respighi e mi trovavo in un quartiere pauroso: tutto ciò che potevo fare era calarmi in testa il berretto e correre verso l’autobus o verso l’automobile dove qualche parente mi aspettava paziente. Facevo lo slalom tra spacciatori, punkabbestia, borseggiatori, allegri rivenditori di biciclette rubate e ubriachi. Che sembra la descrizione del Bronx, e poco ci manca.
Poi si cresce. Si fa la scorza a queste cose, si impara a stare all’erta, si cammina più veloci, ci si isola quanto basta con un sacrosanto iPod. Si conoscono le vie, le strade, i locali, i bar migliori, i ristoranti, i pub. Si battezzano certi posti come ritrovi prediletti e si girano tutti gli aperitivi possibili.
Improvvisamente Bologna è diventata una città amica, le brutture sono passate in secondo piano e la straordinaria ricchezza di dettagli meravigliosi ha preso il sopravvento: ogni volta che alzo lo sguardo posso notare un particolare architettonico, una scultura, un affresco nascosto, una vista pittoresca, piccole cose che fanno felice chi ha un certo sguardo verso il mondo. E io ho quello sguardo.

Milano.
Milano sa di polvere e gesso, la sensazione che ho sempre avuto ogni volta che mi sono svegliata, ospite di qualche amica o in alberghi: si percepisce quando si dorme poco e la pelle tira, tira tanto da temere che possano comparire delle crepe e quando respiri ti stupisci di non soffiare puntini bianchi.
Milano è un locale per quattrocento persone che in realtà ne ha ospitate ottocento. E’ un divano-letto viola dell’IKEA. E’ gente di cui ho perso le tracce. E’ gente di cui (per fortuna) ho perso le tracce. E’ una pizzeria in cui improvvisamente si spengono le luci e mi portano una torta con tante candeline e una scritta di cioccolato esilarante. E’ un pub notturno di legno. E’ un immenso loft con giochi di ruolo per tutti i gusti. E’ un ristorante sui Navigli con delusione inclusa. E’ la duplice apparizione su Mtv. E’ un abito di raso nero lungo fino ai piedi. E’ piazza del Duomo e tutti i negozi dei dintorni. E’ un McDonald a mezzanotte sotto la Galleria. E’ un paio di ballerine nere tanto sospirate. E’ accompagnare un’amica alla Bocconi direttamente da Bologna perchè lei non ha il senso dell’orientamento. E’ l’Inter che vince lo scudetto e un trattore passa davanti alla Scala.

Stamane, mentre facevo gli ultimi acquisti, mi è quasi sembrato di salutare Bologna, una città che adoro e che trovo assolutamente difficile, che mi ha donato una tempra notevole nei confronti della vita.
Bologna, nella mia mente, è porpora, rosso scuro, nera, buia; Milano invece è un grigio chiaro luminoso.

Una bolognese a Milano.
Sembra il titolo di un film.

Published in: on novembre 2, 2009 at 5:16 pm  Commenti (8)  
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Se questa è una vetrina/6

Volete sapere com’è finita l’altro giorno con la maglietta di 5Preview?

La mostro a mia madre, curiosa di vedere cosa mi ha fatta quasi svenire per strada. Avevo gli occhi luccicanti come nei cartoni giapponesi, con stelle e scintille al posto delle iridi.
Lei la guarda e, perplessa, dice: “Sì, ok, ma ora mi devi spiegare che cos’ha di tanto straordinario questa t-shirt”.
Beffa! Oltraggio! Disappunto!
E via, le narro che “Non è moda, è design, è arte, non è solo una maglietta, ecc. ecc.”, un po’ alla Nigel de Il Diavolo veste Prada (adoro Stanley Tucci, a parte tutto). Poi mi ritiro in camera alla Sheldon Cooper, orgogliosa del mio acquisto e della mia sapienza in merito.

Oggi, nel mesto tentativo di fare un fax, passo davanti a Ratti di Bologna, e noto immediatamente una borsetta bianca piena di spille Chanel.
“Russia, inverno, Hermitage” sono le prime parole che mi vengono in mente, poi noto un commesso uscire e scattare delle fotografie proprio a ciò che sto osservando.
Quindi indietreggio, mi allontano un poco, e… meraviglia, stupore e incanto!

La visione totale di questa vetrina è straordinaria. Per una shopaholic, poi, è un colpo al cuore.
Improvvisamente comprendo i riferimenti artistici e storici, la scelta dei colori e delle forme, delle scritte e della struttura bianca.
Ogni dettaglio, dalle camelie sulle scarpe alla trama del tessuto, compone una storia.

Questa sì che è una vetrina!
… e il prossimo che osa dire che la moda non è arte dovrà fare quattro chiacchiere con la sottoscritta.
Sono combattiva e agguerrita.

Published in: on giugno 12, 2009 at 3:31 pm  Commenti (6)  
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Se questa è una vetrina/5

Alzi una mano chi non ha mai giocato con i Playmobil (… mi spiace per voi).

Quegli omini di plastica con i capelli intercambiabili e pungenti, col sorriso letteralmente stampato in volto e dalla mobilità fisica pari alla mia, praticamente.
Io ne avevo in quantità, tutti gettati in una grossa scatola con qualche centinaio di Lego: sospetto che mio padre desiderasse una figlia architetto o ingegnere, da quanto mi spronava a costruire enormi case colorate (o navicelle spaziali, talvolta). Ovviamente i Playmobil erano i personaggi. (n.b. ben presto mio padre si è rassegnato alla mia assoluta incapacità con i numeri, sia chiaro).
Un passatempo ben poco femminile, forse.

Qualche tempo fa sono passata davanti al solito stravagante negozio di scarpe e sul momento sono rimasta perplessa: che ci facevano tutti quei Playmobil in vetrina?
L’effetto “madelaine di Proust” mi ha rapita in un mondo di ricordi.
Poi ho impiegato qualche istante a trovare il nesso e individuare le due scarpe.

… non si può non apprezzare tanta creatività! Quanto ci avranno messo a disporre tutti gli omini, la sabbia, le navi? E’ un peccato distruggerla.
Anche se non potrò mai entrarci senza fare un mutuo preventivo, adoro già quel negozio.

Io confesso

Giuro di dire tutta la verità e nient’altro che la verità, di non nascondere scontrini esorbitanti, di essere sincera con me stessa e di riconoscere d’avere un problema.
Ciao, mi chiamo Sybelle e sono una shopaholic.

Se stamane avete visto una statua di sale in via Indipendenza, ero io.
Stavo guardando le magliette di 5Preview.
Io le bramavo. Le adoravo. Le desideravo da mesi.
In pieno stile irrazionalmente shopaholic, ovvero “Son magliette bianche con delle scritte, che sarà mai?”, no, la mia immaginazione va oltre tutto questo.
Si parla di ‘investimento simbolico’ nei confronti di certi oggetti, no? Ecco, io l’investimento lo faccio con un tir di pensieri accatastati.

Per qualche minuto sono riuscita a reggere la tentazione, allontanandomi dal negozio.
Sembravo piuttosto calma.

Poi ho avuto la bella idea di controllare (così, tanto per) il sito della 5Preview, e cosa leggo?
Che non produrranno più quelle magliette.

Il panico.
Medito sulle opportunità.
Pondero su quanti soldi ho nel bancomat.
Penso se, come, perchè, quando, con chi, quanto.
Qualsiasi cosa.

L’iPod Touch si blocca del tutto, non reggendo la quantità d’informazioni che sto cercando di carpire in tempi record.
Non si spegne, non si muove. Lo scuoto come una maracas, chissà, ma niente. Crash. Evviva.

E i miei piedi si muovono verso lo sportello bancomat.
Controllo il saldo.

Sì, ce la posso fare.

L’ora. Mancano cinque minuti alla chiusura del negozio.
Sfreccio tra ragazzine emo invornite e commensali del McDonald.

Giungo al negozio.
Suono il campanello, perchè in quel negozio devi suonare il campanello.
Mia madre ha la bella idea di chiamarmi in quel momento. La mia ansia aumenta.

Chiedo alla commessa di quelle magliette.
Me le mostra tutte. Cerca di vendermi quella di cui vedo grandi scorte alle sue spalle (se non la compra nessuno ci sarà un perchè, no?).
Io voglio quella esposta in vetrina, indossata dal manichino. Proprio quella. E’ l’ultima.

Me la porge e dice ‘Provala’.
Dove?
Dopo un po’ mi indica il piano di sopra. Eh grazie.
Il camerino è pieno di sandali Armani di gomma e per un attimo temo di essere nello sgabuzzino.

Provo la maglietta. E’ lei.
Scendo, la pago, me ne impossesso, è mia.

Esco dal negozio con aria totalmente stravolta, manco fossi tornata dalla guerra dei cent’anni.

Sono un caso disperato. Veramente.

Voglia-tevi bene 7/I dolcetti di Gamberini

Quando si tratta di cibo la mia forza di volontà si riduce a zero.

Vi faccio un esempio.
Ieri sono uscita dalla biblioteca Sala Borsa per concedermi una pausa dallo studio, e ho pensato “Uhm, ci vorrebbe un caffè da Gamberini, ma che sia solo un caffè!”, e mi sono appropinquata verso la pasticceria.
“Un caffè, un caffè, devi ordinare solo un caffè, nient’altro, un caffè! Ce la puoi fare!”.
Poi sono entrata, mi son trovata di fronte al banco pieno di dolcetti perfetti, colorati e invitanti, e cosa ho detto?
“Un caffè… e uno di quei dolcini con la frutta!”.

SBAM!
L’omino dentro al mio cervello si è suicidato.

Il punto è che i dolcetti di Gamberini sono opere d’arte, versioni miniaturizzate di torte e altre prelibatezze: il cubo di Sacher sormontato da un lampone è divino, ma la mia predilizione va al pasticcino con la frutta.
Chiamarlo pasticcino è un’onta: è un dolcino bellissimo da vedere e delizioso da gustare.

La base di pastafrolla è spolverata di zucchero a velo e riempita di crema fresca e leggera, che fa da cuscino per i frutti.
Questi sono disposti con precisione millimetrica e studio architettonico, una sorta di ikebana gastronomico.

Nella versione invernale-primaverile era composto da lamponi e more succose, fragoline di bosco dolcissime, una fetta di carambola, di kiwi e di fragola, tutti saporiti e maturi, una delicata freschezza a ogni boccone.

Poi ieri ho provato la versione estiva-autunnale, e mi stavo per commuovere: lamponi, fette di albicocca e fragola, kiwi, mela, un mirtillo solitario e metà kumquat. Come si suol dire, mancherebbe la ciliegina, e infatti c’era pure quella.

Cos’altro posso dire?
Sono piccole concessioni che illuminano la giornata.

Riguardo alla mia forza di volontà: ci sto lavorando.

Incidenti diplomatici

Talvolta dovrei avere un paraocchi come i cavalli che mi impedisca di vedere ciò che mi circonda, così non combinerei disastri e non mi ritroverei in situazioni non solo assurde, ma anche imbarazzanti.

Galeotto fu il macaron e chi lo adorò!

Uscendo da Zanarini dopo la classica colazione i miei occhi vengono attirati dalla vetrina colma di torte e pasticcini: in mezzo c’erano delle scatoline quadrate, trasparenti, contenenti i benedetti macaron.

“Zanarini ha i macaron! Anche Zanarini ha i macaron! Macaron ore dodici! Macaron! Macaron!”.
Nella mia testa è partito un allarme a sirene spiegate che ha sovrastato ogni altro pensiero: le mie gambe si sono mosse automaticamente verso gli oggetti del desiderio, senza controllare chi potesse mai passare.

Stolta!
Era ovvio che proprio in quel istante dovesse sopraggiungere Cazzola, candidato sindaco di Bologna, con un paio di persone del suo entourage, e che io gli finissi praticamente addosso!

Come accade a un disco, il sobbalzare mi ha fatto perdere il delirante filo e son diventata piccina picciò (nei miei limiti, ovviamente) chiedendo scusa per la disattenzione.

“Brava Sybelle, brava, facciamoci riconoscere sempre, eh!”, mi diceva la coscienza.

Tutto per un macaron.
Ally McBeal quasi non mi eguaglia.

p.s. piccolo promemoria, già che ci sono: se un ragazzo ti offre un giornale dicendo “Sostieni la lotta comunista! Anche se non sei comunista!” e tu rispondi “No, grazie, sto cercando di smettere” l’ironia potrebbe non essere colta, quindi inventati qualcos’altro.

L’Agenzia Investigativa dei tuoi sogni

“Tesoro?”
“Dimmi, cara”
“Senti, cosa hai raccontato a tua moglie stasera?”
“Beh, che ero al bowling con i colleghi”.
“Uhm, è la terza volta che usi questa scusa. Sei sicuro che non si stia insospettendo?”
“No, figurati! Stai tranquilla. … perchè?”
“Beh, sai, c’è un’automobile un po’ strana che ci segue…”.

Come passare inosservati

Come passare inosservati

… ma dico io, la discrezione l’abbiamo lasciata a casa insieme alla sobrietà?

Un applauso alla geniale Agenzia Investigativa Alfa di Bologna.
La trovate vicino allo stadio e sicuramente la riconoscerete: ha appeso sull’entrata i poster di Pierce Brosnan in 007 e di Sherlock Holmes, e ci allieta con un’inquietante luce intermittente (un simil poltergeist) che illumina un manichino in vetrina vestito come un ispettore.

Dei veri e propri geni.
Tradimenti, furti, truffe, avete i giorni contati!
Ah! Se usufruite dei loro servizi, fatemi sapere. Voglio una recensione completa.

Campagne elettorali bolognesi/ 2

Ragazzi, siamo a posto!
Via, via, staccate tutti i manifesti e andiamo a farci una briscola e un piatto di lasagne, piuttosto che stare qui a perdere tempo!
Andiamo a correre con la vespa su per i colli, a fare una partita di calcetto ai giardini Margherita, a fare vasche in galleria Cavour!

Ho capito chi vincerà la campagna elettorale.
Come faccio a saperlo? Eh, grande intuito.

Quando ho visto il manifesto sono stata colta da una visione, e tutto mi è sembrato più chiaro.
Cazzola, Delbono, Morselli, Galletti, … sono dei dilettanti a confronto.

Siete pronti alla grande rivelazione?
D’accordo.

Le elezioni per i consiglieri comunali saranno vinte da…

VASCO ROSSI!

Guardate il sito Internet e ditemi se non è lui!
Con la musica composta dai ‘Musicani’ (a cui Gatti rivolge un ‘ringraziamento siderale’, ripeto, ‘siderale’).
Con gli occhialoni da sole.
E l’autoscatto in pieno stile emo-myspace?

… eh, lo so.
Lo so, cosa volete che vi dica.
La prima domanda che assale la mia mente è ‘Perchèèè?’.
La seconda domanda è ‘Chiii?’.
La terza non è una domanda, ma un’altra grassissima risata.
Oh, questi candidati danno grandi soddisfazioni.

Abbiamo una diapositiva di una passante davanti all’immenso manifesto.

Vota Gatti!

Non lamentatevi delle campagne del PD o dell’UDC.
Il vero delirio l’abbiamo noi.

Campagne elettorali bolognesi

A Bologna siamo invasi.
A Bologna si elegge sindaco e compagnia cantante.
A Bologna ovunque volgi lo sguardo ti accorgi che c’è qualcosa che non va.
Anche se non t’intendi di pubblicità, marketing, campagne stampa, ti perplimi.

Perché certi manifesti elettorali sono così assurdi, ma così improbabili che viene da chiedersi se non siano dei fake, dei falsi, degli scherzi mal riusciti.

Tutti i candidati hanno puntato sull’ironia. Sui giochi di parole, su un’immagine divertente e amichevole.
L’influenza di Obama si sente: ogni candidato ha il proprio sito internet e, spesso, un canale YouTube, Facebook, Flickr. Che poi certi siti sembrino usciti dagli anni novanta e abbiano immagini scontornate con Paint o fotomontaggi trash, è un altro conto. Supportiamo la buona volontà.
Fatto sta che non c’è una campagna che funzioni, a mio avviso (a parte una, dai, che ho intravisto proprio ieri).

Premetto di non capirne assolutamente niente, di politica, e di non essere di parte. Non nominerò nemmeno i partiti.
Assisto inerme a questo exploit di immagini attendendo maggiori informazioni.

Iniziamo con Alfredo Cazzola, dai bolognesi ricordato come colui che ha combinato un disastro col Bologna Football Club. Si candida a sindaco, d’accordo. Il suo simbolo è una porta stilizzata di Bologna, rossa su sfondo blu, che sembra emanare luce che manco lo Stargate.
Il suo billboard si può trovare all’inizio di via D’Azeglio: il suo faccione si affaccia su piazza Maggiore.
Payoff? “Alfredo Cazzola. L’uomo del fare”.
… la mia prima reazione è stata “E il dire, baciare, lettera, testamento dove li mettiamo?”.

Proseguiamo.
Gian Luca Galletti, candidato presidente alla Provincia di Bologna.

“Per una provincia ridotta bene”.
… ridotta bene?
Allora, pare solo a me che il termine ‘ridotta’ sia veramente deprimente?
Dobbiamo ridurci, seppur bene?
E se preferissi una caotica espansione? Un giorno da leone invece di cento da pecora? La revolution, messieurs! ‘Ridotta’ fa tanto ‘piccola-provincia-grigia’.

E ora, ridiamo.
Ho aperto il sito di Stefano Morselli: quando è partita la musica sono scoppiata in una sonora risata seguita da lacrime di disperazione. Vi prego, ascoltatelo.
“Riaccendiamo Bologna”, dice la suadente voce femminile. In che senso, scusi?
Ah, il jingle è anche scaricabile. Quasi quasi lo metto sull’iPod.
A lui spetta il primato della campagna più scarna ed economica della storia: sfondo grigio in gradazione, payoff e simbolo.

Se queste sono le campagne stampa elettorali sono ottimista per il mio futuro lavorativo. Anzi, sono già pronta da almeno quindici anni (ovvero da quando ero in quarta elementare).

E ora.
Il genio del kitch.
Siamo a Bologna, ok? Cosa vi viene in mente, per prima cosa?
Il cibo.
I tortellini. Una bella zdaura bolognese col matterello alle prese con la sfoglia.
Ecco, appunto.

Aggiungiamoci il payoff: “C’è Delbono a Bologna”.

Delbono.
Del-buono.
Ah.
Ahah.

Fate come me.
Alzatevi in piedi. Con calma, non c’è fretta.
Portate le mani tra i capelli.
Espirate. Inspirate.
E urlate: “NOOO!”.

Ho reso l’idea?

//Doveroso aggiornamento.

Forse con Morselli sono stata troppo dura.
In fondo il suo manifesto grigio segue le correnti della moda: è minimal. Si è adeguato.
Però c’è un manifesto un po’ più brioso e impegnativo.

Morselli

Per i non adetti ai lavori, c’è scritto “Un bolognese a Bologna? Bene!”, riferendosi alla non bolognesità di Cofferati.
Non notate lo sforzo creativo?
Il tentativo di colpire Cazzola rappresentando un omino con la maglietta rossoblu?
Non notate l’artisticità, la competenza nell’uso di Paint? L’ha fatto il nipote del candidato? Ditemi di sì!

p.p.s. in questa sede confesso un altro problema: quando visito il sito di Morselli e sento la musica non posso fare a meno di ondeggiare con la testa e di attendere trepidante l’ “AAAH!” della cantante per poi, ovviamente, perdermi nel vortice del riso (inteso come risata, non come cibo). Salvatemi.

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