Cose su cui contare

Sono giunta a una conclusione.

La vita ti può deludere, le persone ti possono squarciare testa/cuore/corpo/psiche, la quotidianità è un delirio, il caldo che sta sopraggiungendo è infingardo, le zanzare ti possono anche risucchiare tutto il sangue dalle vene e “ommioddio io non posso andare avanti” ma! Ma.

Su una cosa si può sempre contare.
Sempre e comunque.
Comunque e ancora.

IL CIBO.

Ecco quindi la lista delle 10 cose più buone al mondo secondo la sottoscritta, redatte in una elegante piazzetta milanese con @Fraaaa, mentre i fari del palazzo di fronte ci stavano abbronzando.

Dimenticato qualcosa?

Published in: on giugno 28, 2011 at 7:55 am  Commenti (12)  
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Food in Japan/2

Seconda puntata con “Sybelle e i suoi deliranti racconti sul cibo giapponese“.
Il punto è che quando parlo o scrivo di qualcosa che rientri nella categoria “mangereccio” mi appare un sorriso ebete sul volto. Anche in questo momento, quindi, sembro folle.

Takoyaki
Nei manga e negli anime si vedono spesso questi spiedini con due o tre polpettine.
Se vi siete mai chiesti cosa fossero ho la risposta: sono takoyaki, ovvero polpette ripiene di polipo impanate e o fritte o cotte nel forno. Qualcosa che rimetterebbe al mondo chiunque.
I giapponesi, come ho già avuto modo di dire, sono decisamente avanti rispetto a chiunque altro: dove mangiare i takoyaki con tranquillità se non sul treno superveloce Shinkansen?
Le stazioni giapponesi sono come gli autogrill: parchi divertimenti ben più simili ai nostri aeroporti. Lucenti, splendenti, perfette, puntuali e con tanti negozietti di bento, souvenir e, appunto, cibo.
I takoyaki sono un classico cibo giapponese d’asporto.
Nel vedere i nostri occhietti brillanti e pieni di stelline Okasan (… devo ben definire il grado di parentela tra me e la madre della moglie di mio cugino, se un grado di parentela esiste) ha preso l’iniziativa e ci ha comprato alcune scatole di takoyaki. Manco i bambini dell’asilo, però provate voi a ordinare una ventina di spiedini in giapponese e poi ne parliamo.
Deliziosi, ustionanti, soddisfacenti.

Yakitori
Credo che gli yakitori siano il cibo che più ho mangiato in Japan dopo gli onigiri: questi spiedini di pollo sono straordinariamente buoni.
“E vabbè, è pollo” direte voi.
“Oh, il pollo giapponese deve essere diverso”, risponderò io.
Eccellenti in qualsiasi versione: con salsa, senza salsa, solo con sale, impanati, da mangiare in numero imbarazzante (i giapponesi poi mangiano poco. Penso d’aver traumatizzato qualche cuoco con tutti i piatti che continuavo a ordinare).

I dolcetti di riso
Ahahah.
Ora veniamo al bello, ovvero a cosa non mi è proprio piaciuto.
A quanto pare questo post parlerà solo di spiedini perchè, infatti, sto per parlarvi dei famigerati spiedini di mochi, ovvero riso fermentato fino a farlo diventare colla, aromatizzato in varie versioni, appallottolato e infilzato.
Okasan ci raccontava che a Capodanno ci sono dei casi di morte a causa di questi dolci: gli anziani e i bambini ne sono così ghiotti che si soffocano mangiandoli (ebbene sì). Fortunatamente non corro questo rischio in quanto non li ho esattamente trovato di mio gusto.
Eppure in Giappone li vendono ovunque e sono apprezzatissimi come regali: se vedete delle belle scatole decorate vi assicuro che sono proprio loro, i mochi.
E’ come masticare enormi chewing gum. Mangiarli in estate con trenta e passa gradi e un’umidità del 90% è stato pressapoco avventuroso.

Sezione “spiedini” conclusa.
Alla terza puntata, allora.

Published in: on novembre 26, 2009 at 11:42 am  Commenti (4)  
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Food in Japan/1

(della serie: se il post sulla moda era prevedibile, quello sul cibo giapponese era essenziale)

Come ho più volte detto, io sono una persona imbranata: non dico mai le parole giuste al momento giusto e sono impacciata nell’arte della conversazione.
Eppure quando si parla di cibo posso mostrare una loquacità alquanto preoccupante.

Come non potevo parlare delle mie esperienze gastronomiche in Giappone?
Giacchè non si parla solo di sushi e sashimi, pietanze ormai di tendenza in Italia: ho volutamente sperimentato tutto.

Onigiri.
Ne ho mangiati quanti? Trenta? Quaranta?
Sono polpette di riso ripiene e avvolte nell’alga nori. Dato che quest’ultima deve essere croccante i giapponesi hanno studiato un ingegnoso sistema per avvolgere riso e alga in modo che si tocchino solo all’apertura. Geniali, ovviamente.
E ora lo proclamo: io voglio gli onigiri in Italia.
Aprirei un’onigireria anche ora. Magari non con questo nome, ecco.
Dentro alle polpette tradizionalmente triangolari si trova qualsiasi cosa: tonno, salmone, umeboshi, carne e maionese, uova di pesce, e così via.
Le vendono in qualsiasi 7/11, i piccoli supermercati sempre aperti presenti ovunque (a parte a Koyasan, la città dei monaci buddisti) e costano una sciocchezza: 100 Yen, ovvero 70 centesimi di euro. In Italia non ci compri nemmeno un pacchetto di chewing gum.
Sono così buoni, così croccanti, così perfetti, così giapponesi, così… così riso!
Dopo lo Starbucks proclamo quindi il mio eterno amore per qualcosa che non troverò mai in Italia, temo.

Ramen.
Non ha niente a che fare con quello che vendono in Italia, una zuppetta trasparente in cui sono immersi i noodle e qualche verdura. Macchè.
Il ramen giapponese è preparato in mille versioni e hanno ristoranti che servono esclusivamente quelli.
In brodo, asciutti, con carne, con pesce, con tempura, con qualsiasi cosa che potete immaginare.
I giapponesi sono organizzatissimi (ma va!): spesso accade che all’esterno del ristorante ci sia una macchinetta in cui pagare il ramen prescelto, ritirare un ticket, sedersi, consegnare il ticket ed essere serviti. Facile e utile per evitare i disastri con la lingua locale. Adottano questo sistema ovunque, anche negli autogrill (… ora che ci penso: dovrei scrivere un articolo solo sugli autogrill giapponesi. Meriterebbe).
Uno dei ramen che ho assaggiato era col brodo e la carne: succulento, saporito, con tanto sesamo e verdure, questi spaghetti sono stati meravigliosi.
Certo, l’usanza vuole che si risucchino gli spaghetti senza alcuna vergogna. Per loro è normale, per noi imbarazzante.

Shorompo.
Alzi la mano chi non ha mai visto Ranma 1/2, l’anime del ragazzo che, quando veniva bagnato dall’acqua fredda, si trasformava in ragazza.
Per chi se lo fosse perso spiegherò cosa sono gli shorompo: sono i ravioloni che il maestro Happosai mangiava continuamente. Sono enormi ravioli bianchi ripieni di carne, bollenti e ottimi.
Immaginate i ravioli del ristorante cinese. Moltiplicateli per venti. Ed ecco lo shorompo!
Trovati all’autogrill. Credo che la commessa non abbia mai visto nessuno così felice d’ordinare un raviolo.

Frutta
La frutta in Giappone non esiste.
Non la coltivano, la importano e costa una follia.
Volete fare un regalo molto importante? Regalate una cassa di pesche: queste sono molto grandi, avvolte una ad una in una spessa rete protettiva, lucidate e disposte con cura in una cassetta di cartone.
Io una pesca giapponese l’ho comprata: 3 euro e 50 di pesca sugosa e invitante.
Uva. Stesso discorso: chicchi fuori misura come il prezzo.
Il resto viene tutto servito sotto gelatina: i giapponesi metterebbero qualsiasi cosa sotto gelatina, credo ci farebbero volentieri il bagno! Hanno anche le bevande gelatinose: si compra la bottiglietta, la si agita e i pezzi di gelatina si uniscono al succo. … un commento spassionato: bah.

A presto una seconda puntata.
E anche una terza, a questo punto.

Published in: on novembre 13, 2009 at 7:47 pm  Commenti (4)  
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Incidenti diplomatici

Talvolta dovrei avere un paraocchi come i cavalli che mi impedisca di vedere ciò che mi circonda, così non combinerei disastri e non mi ritroverei in situazioni non solo assurde, ma anche imbarazzanti.

Galeotto fu il macaron e chi lo adorò!

Uscendo da Zanarini dopo la classica colazione i miei occhi vengono attirati dalla vetrina colma di torte e pasticcini: in mezzo c’erano delle scatoline quadrate, trasparenti, contenenti i benedetti macaron.

“Zanarini ha i macaron! Anche Zanarini ha i macaron! Macaron ore dodici! Macaron! Macaron!”.
Nella mia testa è partito un allarme a sirene spiegate che ha sovrastato ogni altro pensiero: le mie gambe si sono mosse automaticamente verso gli oggetti del desiderio, senza controllare chi potesse mai passare.

Stolta!
Era ovvio che proprio in quel istante dovesse sopraggiungere Cazzola, candidato sindaco di Bologna, con un paio di persone del suo entourage, e che io gli finissi praticamente addosso!

Come accade a un disco, il sobbalzare mi ha fatto perdere il delirante filo e son diventata piccina picciò (nei miei limiti, ovviamente) chiedendo scusa per la disattenzione.

“Brava Sybelle, brava, facciamoci riconoscere sempre, eh!”, mi diceva la coscienza.

Tutto per un macaron.
Ally McBeal quasi non mi eguaglia.

p.s. piccolo promemoria, già che ci sono: se un ragazzo ti offre un giornale dicendo “Sostieni la lotta comunista! Anche se non sei comunista!” e tu rispondi “No, grazie, sto cercando di smettere” l’ironia potrebbe non essere colta, quindi inventati qualcos’altro.

Avvertenza

Sono sicura che esista un mio manuale d’istruzioni, ma che sia andato perso tra i floppy, i cd e le guide varie ed eventuali che accompagnavano i computer, i router, i modem, gli scanner, ecc. che son entrati in casa mia.
Quindi da qualche parte c’è, ma non so dove.

Comunque sono certa che ci sia un capitoletto che elenca le mie frasi da temere.

Una di queste è:

‘Avrei una proposta indecente…’.

Se mai doveste sentirmi pronunciare tali innocue parole, avvertite la protezione civile e con tutta la fermezza di cui siete capaci rispondete ‘NO!’ a prescindere.
Infatti le mie proposte indecenti riguardano sempre e solo il cibo.
Tanto cibo.
Spesso insano cibo.

Appena noto che l’idea potrebbe interessarvi parte in autorun un programma di convincimento: vi tartasserò finchè non cederete, e poi sarà troppo tardi.
Non servirà niente pensare ‘Sì, ma io ordino poche pietanze, le più leggere, ma sì, cosa vuoi che sia, …’, no! perchè quando inizierò a ordinare un antipasto, due primi e un secondo (come ieri sera al ristorante cinese, per esempio) voi non riuscirete a trattenervi.
E la mattina dopo rotolerete per casa, se siete sopravvissuti incolumi alla prova ‘alzarsi dal tavolo’.

Quindi, vi prego, non datemi ascolto ne’ corda.
Fatelo per il vostro bene.
E il mio, soprattutto.

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