Food in Japan/1

(della serie: se il post sulla moda era prevedibile, quello sul cibo giapponese era essenziale)

Come ho più volte detto, io sono una persona imbranata: non dico mai le parole giuste al momento giusto e sono impacciata nell’arte della conversazione.
Eppure quando si parla di cibo posso mostrare una loquacità alquanto preoccupante.

Come non potevo parlare delle mie esperienze gastronomiche in Giappone?
Giacchè non si parla solo di sushi e sashimi, pietanze ormai di tendenza in Italia: ho volutamente sperimentato tutto.

Onigiri.
Ne ho mangiati quanti? Trenta? Quaranta?
Sono polpette di riso ripiene e avvolte nell’alga nori. Dato che quest’ultima deve essere croccante i giapponesi hanno studiato un ingegnoso sistema per avvolgere riso e alga in modo che si tocchino solo all’apertura. Geniali, ovviamente.
E ora lo proclamo: io voglio gli onigiri in Italia.
Aprirei un’onigireria anche ora. Magari non con questo nome, ecco.
Dentro alle polpette tradizionalmente triangolari si trova qualsiasi cosa: tonno, salmone, umeboshi, carne e maionese, uova di pesce, e così via.
Le vendono in qualsiasi 7/11, i piccoli supermercati sempre aperti presenti ovunque (a parte a Koyasan, la città dei monaci buddisti) e costano una sciocchezza: 100 Yen, ovvero 70 centesimi di euro. In Italia non ci compri nemmeno un pacchetto di chewing gum.
Sono così buoni, così croccanti, così perfetti, così giapponesi, così… così riso!
Dopo lo Starbucks proclamo quindi il mio eterno amore per qualcosa che non troverò mai in Italia, temo.

Ramen.
Non ha niente a che fare con quello che vendono in Italia, una zuppetta trasparente in cui sono immersi i noodle e qualche verdura. Macchè.
Il ramen giapponese è preparato in mille versioni e hanno ristoranti che servono esclusivamente quelli.
In brodo, asciutti, con carne, con pesce, con tempura, con qualsiasi cosa che potete immaginare.
I giapponesi sono organizzatissimi (ma va!): spesso accade che all’esterno del ristorante ci sia una macchinetta in cui pagare il ramen prescelto, ritirare un ticket, sedersi, consegnare il ticket ed essere serviti. Facile e utile per evitare i disastri con la lingua locale. Adottano questo sistema ovunque, anche negli autogrill (… ora che ci penso: dovrei scrivere un articolo solo sugli autogrill giapponesi. Meriterebbe).
Uno dei ramen che ho assaggiato era col brodo e la carne: succulento, saporito, con tanto sesamo e verdure, questi spaghetti sono stati meravigliosi.
Certo, l’usanza vuole che si risucchino gli spaghetti senza alcuna vergogna. Per loro è normale, per noi imbarazzante.

Shorompo.
Alzi la mano chi non ha mai visto Ranma 1/2, l’anime del ragazzo che, quando veniva bagnato dall’acqua fredda, si trasformava in ragazza.
Per chi se lo fosse perso spiegherò cosa sono gli shorompo: sono i ravioloni che il maestro Happosai mangiava continuamente. Sono enormi ravioli bianchi ripieni di carne, bollenti e ottimi.
Immaginate i ravioli del ristorante cinese. Moltiplicateli per venti. Ed ecco lo shorompo!
Trovati all’autogrill. Credo che la commessa non abbia mai visto nessuno così felice d’ordinare un raviolo.

Frutta
La frutta in Giappone non esiste.
Non la coltivano, la importano e costa una follia.
Volete fare un regalo molto importante? Regalate una cassa di pesche: queste sono molto grandi, avvolte una ad una in una spessa rete protettiva, lucidate e disposte con cura in una cassetta di cartone.
Io una pesca giapponese l’ho comprata: 3 euro e 50 di pesca sugosa e invitante.
Uva. Stesso discorso: chicchi fuori misura come il prezzo.
Il resto viene tutto servito sotto gelatina: i giapponesi metterebbero qualsiasi cosa sotto gelatina, credo ci farebbero volentieri il bagno! Hanno anche le bevande gelatinose: si compra la bottiglietta, la si agita e i pezzi di gelatina si uniscono al succo. … un commento spassionato: bah.

A presto una seconda puntata.
E anche una terza, a questo punto.

Published in: on novembre 13, 2009 at 7:47 pm  Commenti (4)  
Tags: , , ,

Fashion in Japan

(della serie: tanto lo sapevate che prima o poi questo post sarebbe arrivato)

Quando ci sono le settimane della moda ci si chiede spesso “Chi avrà mai il coraggio d’indossare tali scarpe, portare tali vestiti, comprare certe borse”, insomma, “osare così tanto”?
La risposta è: i giapponesi.

Per loro lo stile è una questione estremamente personale e fondamentale: se io apro l’armadio e prendo una maglietta, un paio di jeans e delle scarpe per esser soddisfatta loro hanno molte più variabili. La shojo (ragazza) media si preoccuperà di: maglietta, jeans, calzini, scarpe, cappello, collana, unghie, elastici per capelli, borsa, portachiavi, ombrello. E tutto dovrà essere rigorosamente, precisamente e straordinariamente coordinato. Impressionante. Io impazzirei dopo tre giorni.
I negozi sono colmi di set già pronti di tutti questi oggetti dallo stesso stile, linea e colore. Volete vestirvi a quadretti arancioni? Prego, accomodatevi.
La questione si replica per quanto riguarda gli abiti tradizionali, ovvero kimono e yukata: la fantasia del tessuto andrà abbinata agli zoccoli, al ventaglio, ai fermagli per capelli, alla borsa, alle unghie, al trucco.
E’ stato strano notare come indossino tranquillamente i loro abiti tradizionali: se noi andassimo in giro con i nostri abiti tipici regionali ci sentiremmo a disagio. Per loro invece è normale: li usano quotidianamente e credo si stupiscano dell’attenzione che ricevono dai turisti. (n.b. indossare uno yukata è stato un’esperienza: camminavo con passi minuscoli e sembravo un pinguino, l’obi mi stringeva terribilmente in vita e con le maniche larghe mi sentivo un pipistrello. Divertente).

Dal lato totalmente opposto invece ho notato un tentativo d’imitare il più possibile la moda occidentale.
Non importa quanto sia scomodo, è una questione di principio.
In Giappone le scarpe per donna raggiungono al massimo il numero 38: hanno piedi piccoli, proporzionati alla loro esile conformazione fisica, e spesso le firme occidentali non producono scarpe così minute. Morale? Indossano comunque le calzature che, larghissime, scivolano a ogni passo rimanendo ancorate a terra. Una prassi molto comune.  Come facciano a non inciampare è un vero mistero.
Il 90% delle ragazze indossa sempre tacchi altissimi, strumenti di tortura da cui io potrei cadere nel giro di cinque minuti. Esili, leggere, minute, loro li portano con assoluta naturalezza.

C’è solo un unico comune denominatore di tutte le tendenze giapponesi: bisogna risultare kawaii, ovvero carini.
Anche se sei una gothic lolita sarai kawaii.

E se voi uomini pensate che sia una questione prettamente femminile, beh, devo contraddirvi: gli shonen (ragazzi) si inerpicano su zeppe spaventose. Ebbene sì.

Insomma, avete presente un manga? Come si vestono?
Identici. Cosplay compresi.

(io adoro i giapponesi. Non si era capito?)

Published in: on novembre 6, 2009 at 7:30 pm  Commenti (2)  
Tags: , , ,

Il viaggio in Giappone/Part. 1 I vecchietti della KLM

Intanto vediamo di arrivarci, in Giappone!

Perchè ovviamente il mio viaggio non poteva essere normale, no.
C’ero io in mezzo, quindi doveva per forza accadere qualcosa di anomalo. Infatti.

Bologna, 5 Agosto.
La comitiva si trova in aeroporto, effettua il check in.
No, aspetta, riavvolgo.
Quasi tutta la comitiva effettua il check in: due persone, infatti, rimangono indietro perchè le hostess di terra si sono dichiarate in sciopero da quel momento a causa della mancanza dell’aria condizionata. Beeene. Non si sa come, ma alla fine ce la fanno.

Aereo in ritardo di mezz’ora. Bene, sempre meglio, dato che ad Amsterdam abbiamo solo un’ora e cinque minuti per prendere l’aereo per Tokyo.

Saliamo, finalmente, e non appena varchiamo la soglia ci viene raccontata la seguente situazione.
Avete presente le uscite d’emergenza all’interno degli aerei? Solitamente ci stanno le persone giovani, pronte a reagire in caso di necessità. Ecco, questa volta l’hostess della KLM cercava di spiegare la procedura a due anziani (malefici) in procinto di partire per una crociera. In inglese.
E quando l’hostess ha detto ‘Lei deve tirare la maniglia dell’uscita di sicurezza’, il vecchietto cos’ha fatto? Ha tirato la maniglia dell’uscita di sicurezza, ovvio!


Immaginate cosa mi è passato per la mente nel momento in cui ho scoperto la faccenda. Improperi, istinti omicidi, e così via.
Ha aperto l’uscita di sicurezza. Avete mai assistito a un fatto simile? Il sigillo era rotto, l’hostess girava con le mani nei capelli, cercando di mantenere la calma quando NO, di calma proprio non ce n’era.

E sapete la cosa più assurda?
Un ingegnere si trovava per caso nei paraggi, è salito sull’ala, ha controllato il portellone, e ha dato l’Ok, potete partire.
Altrimenti dovevamo rimanere a terra, e allora sarei partita io per la crociera dei vecchietti, perchè loro non sarebbero stati più in grado.

Quindi eravamo in ritardo, spaventoso ritardo.
L’hostess si aggirava per l’aereo cercando due volontari che si sedessero al posto dei dannosi anziani. Ovviamente nessuno voleva, che domande.
Nessuno a parte la sottoscritta e la sua testina abitata.

Un viaggio veramente rilassante, certo, con il sigillo di sicurezza che sventolava davanti ai nostri occhi, che si spalancavano a ogni minimo spiffero o rumore o tremore.
E con una coppia di ragazzi davanti a noi che ci ha detto “Beh, se si apre dovete essere veloci perchè sarete i primi a essere scagliati fuori”.
… e voi i secondi, maledetti!

Un piccolo assaggio del mio viaggio in Giappone.
Il resto a breve.

Published in: on agosto 22, 2009 at 2:51 pm  Commenti (6)  
Tags: , , , , , , , , ,

Le tre ragioni dell’assurdità

Di cosa?
Del viaggio che mi accingo a compiere.

Intendiamoci.
Il primo ricordo che possiedo quando penso alla mia passione per il Giappone è l’immagine di una bambina di sei/sette anni armata dei volumetti de I Cavalieri dello Zodiaco (edizioni Granata) durante le vacanze estive a Pinarella.
Roba da far allibire mia madre solo dalla copertina: non penso ne abbia mai sfogliato uno, altrimenti me li avrebbe tolti di mano al volo. Erano i tempi in cui persino Captain Tsubasa (dicasi ‘Holly e Benji’) era violento, figuriamoci i cavalieri d’Atena massacrati e sanguinanti. Ah, che gioia!
Fatto sta che li adoravo (Hyuga/Cristall, aaah…), e la cosa non è finita lì: è degenerata.

Quindi.
Domani parto per il Giappone.
E credo di non rendermene bene conto. Non ancora. Forse quando atterrerò a Narita mi verrà un colpo. Chissà.

Eppure non è un viaggio come tanti, no no.
Non è nemmeno una vacanza, no no, no (quando mai poi io avrei fatto una ‘vacanza’? Tutti i miei viaggi son stati un [favoloso] tour de force. Aaah, io amo i tour de force!).
Infatti si va non solo a conoscere le ‘meraviglie del luogo’ (come ogni guida descrive), ma a incontrare i parenti giapponesi.

Ok, piano, lo riscrivo così forse riesco ad assimilarlo.
I parenti giapponesi. Cioè, IO ho dei parenti giapponesi (acquisiti, ovviamente)?
Assurdo. Il sogno di ogni filo-nipponico che si rispetti.

Due.
Non ho ancora capito in quanti siamo. Tanti, certo.
Quanti giapponesi? Quanti bolognesi? Qualcuno rinuncerà all’ultimo minuto a causa del terrore per l’aereo? Arrivati là saremo usati come attrazione locale? Ci faranno cantare ‘Volareee, oooh oooh” nei karaoke? Quante fotografie scatteranno a quel grattacielo di mio fratello? E, soprattutto, andremo ad Osaka?
Domande che si sveleranno nel corso dei giorni.
Assurdo.

Tre.
Hanno già fatto il biglietto per il ritorno.
Ritorno? Quale ritorno? E chi vorrà mai tornare?
Se non è assurdo questo…

Le premesse sono ottime.
Di sicuro ci sarà da divertirsi.

Published in: on agosto 4, 2009 at 4:54 pm  Commenti (5)  
Tags: , , ,
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 47 follower

%d bloggers like this: