Viaggio in Romania/part. 2 Cucina e affini

Dopo “Perchè proprio la Romania?” la seconda domanda che mi è stata
rivolta con maggiore frequenza dopo il viaggio è stata “Cos’hai
mangiato in Romania?”.
Chissà come mai.
Vuoi forse che sia perchè ovunque vado semino morte e distruzione
sulle tavole, terrore nelle dispense e rendo i frigoriferi deserti?
Oh, può essere!

Partiamo da un presupposto: io me magno anche i sassi. Se avvolti nel
lardo di Colonnata, anche meglio.
Quindi, se dico che la cucina rumena non è esattamente leggera,
dev’essere proprio così.

In tre parole, ecco il mio riassunto: carne, aglio, birra.
Sono i tre elementi che si presentano con maggiore frequenza nei
piatti tradizionali, accompagnati da ottima frutta e verdura,
incredibilmente gustosa.
In effetti un altro piatto tipico che si trova davvero ovunque è la
zuppa, che può essere di verdura, carne, con una sorta di panna acida
e in molte altre varianti, ma torniamo ai nostri tre elementi
principali.

Carne.
Di ogni tipo, selvaggina compresa, e cotta nei modi più disparati. Il
gulash si trova molto spesso.
La prima sera, durante la cena a Bucarest, mi sono trovata nel piatto
un’enorme cotoletta accompagnata da riso e verdure. Pensavo fosse
pesantina, ma era perchè non sapevo cosa mi sarebbe toccato il giorno
dopo.
Lo chiamerò “l’involtino di Marte”, perchè ha il suo stesso peso
specifico: carne macinata mescolata a un trito di verdure sottolio, il
tutto impanato e fritto. Dicono sia una specialità, vuoi lasciarla lì?
Non sia mai!

Tanto aglio.
Non fatemi la battuta “Ah, allontana i vampiri della Transilvania”
perchè, come vi ho già spiegato, di essere zannuti non ce n’è manco
l’ombra.
Vorrei citare una crema di melanzane e aglio condita con un filo
d’olio: sarebbe stato un antipasto da spalmare sui crostini, ma io me
lo sono finemente mangiato a cucchiaiate.
Se è vero che l’aglio fa bene, sono immortale.

Birra.
Ursus, Silva e Ciuc sono le tre marche locali più diffuse, e
sinceramente tutte e tre di mio gusto.
Il costo della birra è davvero basso: al ristorante o nei locali costa
1 euro e 20 per mezzo litro.
Che ve lo dico a fare? Ho sperimentato assai.

Una delle cose che invece non m’aspettavo proprio?
I bretzen. In Romania si mangiano bretzen come se non ci fosse un domani.
Si comprano soprattutto dalle mini panetterie le cui piccole finestre
quadrate s’affacciano sulle strade, e li vendono legati a degli
spaghi. Io già li adoravo, quindi ho fatto overdose.
In generale però i prodotti da forno rumeni sono degni di nota -
quindi non si capisce perchè nei ristoranti servono pane in cassetta:
avendo assaggiato deliziosi panini al formaggio, bocconcini col
pomodoro, pagnottelle dolci, era proprio un peccato.

Caffè.
C’è una spaventosa diffusione di ottimo caffè Illy, con bar che
servono eccellenti espressi. No, per dire, se non potete vivere senza
ora potete stare tranquilli.

Bene, gli elementi principali li avete.
Ora andate, e mangiate.

Published in: on settembre 7, 2011 at 6:48 pm  Lascia un commento  
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Viaggiare in Romania / Part. 1

Filarmonica nazionale (Bucarest)

Alla domanda “Perchè vai in vacanza in Romania?” ho sempre risposto con un “Perché non ci sono mai stata”, ma mentre ero in viaggio la reale motivazione si è dipanata.

Avevo bisogno di staccare totalmente.
Avevo bisogno di passare del tempo senza avere aspettative, senza pensare a cosa avrei dovuto vedere, trovare, fare, giorni in cui lasciarsi trasportare dalla corrente.

Ecco perché quando mi hanno fatto questa proposta ho accettato.

Il massimo della preparazione pre-partenza è stata leggere la pagina su Wikipedia, conoscere la storia del paese, dare una veloce occhiata ai cibi locali, scorrere sommariamente il programma e, ovviamente, fare la valigia.

Non avevo idea di cosa avrei trovato: son troppo piccola per ricordare la rivoluzione del 1989, sebbene al tempo le immagini siano state trasmesse in tv e ora si possano ritrovare su YouTube.
Tabula rasa, insomma.

Ogni mattina sono salita su quel pulmino e ho macinato centinaia di chilometri per strade sconnesse in stile “montagna russa” e semplicemente ho lasciato che i posti, le cose, le città mi sorprendessero di volta in volta, il che è stato terapeutico, ha avuto un ottimo effetto “decompressione”.

Ora la domanda è: “Com’è la Romania?”.
- Ho tentato di imprimere nella mia mente una formula esatta per descrivere i paesaggi e le città, e ciò che più gli si avvicina è: “Le campagne sembrano quelle dell’Olanda, vaste e piane, ma la profondità del cielo mi ha ricordato l’America. E le colline? Come quelle di Bologna, però ricoperte da boschi secolari. Bucarest? Un buon tocco di Oaxaca mescolato a Parigi, Madrid e alla riviera romagnola, con distese di tavolini fuori da ogni locale ma la totale decadenza dei palazzi dal secondo piano in su, come nella città messicana”.
Insomma, avete capito, no?
Ah! Se potessi, tornerei subito a Brasov.

- In Romania non hanno mezza idea di cosa sia il marketing applicato al turismo, credo. 
Voglio dire: il turismo in Romania non è incentivato e non è sfruttato. Prendiamo un esempio: Dracula, i vampiri. Storia infondata, e va bene, ma leggenda che non morirà così facilmente (e non in senso letterale)? Certo. Non credo sia saggio continuare a ripetere che “Noi con i vampiri e Dracula non centriamo nulla”. … ma come? Alimentate il fascino del racconto, se non altro! E invece no, i rumeni ci tengono proprio ad abbassare i toni. E così si finisce al castello di Bran e pare di essere a Mirabilandia, perché tutti sanno che non è il vero castello di Dracula, le guide lo ripetono fino all’esasperazione, e tutto il baraccone costruito attorno è degno dei migliori parchi giochi (ma senza souvenir in tema. Manco un paletto di frassino, manco un mantello bicolor. Cioè, voglio dire).
A pelle credo sarebbe necessario uno sviluppo delle possibilità turistiche rumene.

- Alcune briciole e alcuni tips.
La vita (e la birra, of course) costa pochissimo, per noi euro-muniti. Non pensate però di fare acquisti vantaggiosi: i prezzi di abbigliamento, tecnologia, ecc. sono equiparabili a quelli italiani. Quindi… .
Le autostrade sono due. O tre. Il resto della rete stradale è composto da statali non ben asfaltate su cui sobbalzare in continuazione. La gioia, dato che guidano come dei folli.
La cucina meriterà una dissertazione a parte, ma per ora dirò che non è tra le più leggere al mondo e che, sì, abbonda di aglio. Frutta e verdura sono sorprendenti: sono tanto più gustose, fresche, hanno un sapore genuino, sono lontane anni luce dai prodotti che talvolta si trovano in Italia, dal vago retrogusto di plastica.
Un consiglio: non capitate mai in una chiesa ortodossa il giorno in cui si festeggia il patrono.
In Romania è impossibile viaggiare con i mezzi pubblici: se avete intenzione di visitarla le opzioni sono affittare un’auto/pullman o aggregarsi a viaggi organizzati.
Gli hotel? Ottimi, a parte quello di Sighisoara. Sarà stata la vicinanza con la casa natale di Vlad Dracul, ma ammetto che il bagno arancione/rosso mi ha vagamente inquietata.
La mia colonna sonora? Lykke Li, Kate Bush e David Bowie, cosa voler di più?
Volete andare in vacanza in un posto in cui sarete certi di non incontrare frotte di turisti e decine di italiani? La Romania fa per voi.
Sibiu è deliziosa, sia di notte sia di giorno, ma Brasov… Brasov! Ah, splendida!
In Romania la connessione wi-fi free è ovunque, dai paesini più sperduti a ogni singolo ristorante: è notevole, è impressionante.
Infine, ci sono statue della lupa capitolina ovunque. A pensarci, da dove verrà mai il nome “Romania”? Abbiamo qualche idea.

Sibiu

In poche parole: la Romania è il paese perfetto per evadere, sospendere le congetture e lasciarsi meravigliare da una bellezza grezza, da persone gentilissime, da una cultura che nella maggior parte dei casi sa tanto di Medioevo, un intenso Medioevo che connota un paese uscito da appena un ventennio da un feroce regime comunista.
In ancora meno parole, anzi, in una? Sorprendente.

Published in: on agosto 29, 2011 at 5:42 pm  Lascia un commento  
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Ally McBeal all’estero

Avete mai conosciuto qualcuno tornato da un Erasmus o da un’esperienza all’estero che fosse scontento?
Io no.
“Ah, ma come ti cambia!”, “Ah, ma conosci altre culture!”, “Ah, ma come cresci!”, “Ah!”, “Ah!”.

Volete dirmi che l’unica persona che ha avuto avventure terrificanti sono io?

Bene, leggete un po’.

Tredici anni.
Parto per la Normandia. Scambio culturale con una classe di studenti francesi più grandi di noi.
Io ero ancora più taciturna di adesso ed eccessivamente timida. La mia corrispondente era, praticamente, la “son bella, son affascinante, son eccezionale” della scuola. La coppia perfetta, insomma.
Di quello scambio ricordo solo la nebbia, la moquette blu ovunque, gli spaghetti come contorno della carne e i miei compagni di classe che dicevano “Oh, le chiedi se le piaccio? Ehi, le domandi se ha il ragazzo? Ah, ma…”. Monotematici, ma avevano visto giusto: se ci fosse stato il premio “Peripatetica del viaggio” lei ne avrebbe vinti ben due.
Evviva.

Sedici anni.
Partiamo per il Belgio.
Io e @Centenia siamo ospitate da un’allegra famiglia.
La prima sera il padre ci offre un pezzo di “terrone”. Io e Centenia sbalordiamo, poi ci prende un attacco di risate da farci internare: intendeva il torrone. Ottimo inizio.
Per la festa dei giovani il programma prevedeva una serata in discoteca: italiani e belgi tutti insieme, e sia.
La nostra corrispondente ci avvisa che deve lavorare e che ci raggiungerà dopo.
I genitori quindi ci accompagnano in automobile, ci indicano un locale, ci fanno scendere e se ne vanno.
E ci rendiamo subito conto che non siamo nel posto giusto dai vecchietti ubriachi a breve distanza.
Ok, avete presente com’è il Belgio in Ottobre? Piove sempre, fa freddo e se sei in un paese isolato non troverai mai aiuto.
E così è stato: io e Centenia abbiamo vagato per ore sotto la pioggia cercando di evitare alcune comitive di giovani tanto divertenti quanto molesti e cani abbaianti che non venivano nutriti dal lontano ’73.
Ovviamente era Centenia a tenere alto il morale: la sottoscritta non è mai stata molto ottimista.
I cellulari? Al “tempo” all’estero non funzionavano.
Chiediamo aiuto bussando in una casa, che manco le fiabe dei fratelli Grimm. Non ci fanno entrare ma ci dicono che la festa è a qualche chilometro “in quella direzione”.
Insomma, per farla breve: le vostre due baldi ragazzine hanno camminato nel buio più totale per un’oretta seguendo il “unz unz” della musica in lontananza, con le automobili sfreccianti lungo la strada di campagna e nessuno, nessuno nei dintorni.
Un incubo.
N.B. I genitori non ci chiesero mai scusa, anzi: la presero sul ridere. Ricordo che la nostra rappresentante di classe voleva strangolarli.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, le lande desolate, i fratellini gemelli invadenti, il freddo, gli animali di ceramica a grandezza naturale sparsi per la casa, la spaghettata per quaranta persone e la mia santissima e adoratissima professoressa di francese.

Diciassette anni.
Spagna, Madrid, olè!
Andiamo dieci giorni a studiare in una scuola di spagnolo per stranieri.
Io e la mia compagna F. veniamo alloggiate in un attico storico spettacolare che si affaccia direttamente sul Parque del Retiro.
Ci ospita un’anziana signora che ci imbottisce di paella e ci racconta strane storielle sui propri parenti.
Noi non avevamo una copia delle chiavi per entrare, l’appartamento aveva ben due entrate e la cara vecchietta era un po’ sorda.
Morale? Abbiamo passato ore sul pianerottolo aspettando che lei si accorgesse di noi: forse entrava sempre dall’altra porta, chissà, fatto sta che non la vedevamo mai passare e che ci toccasse restare in attesa attaccate al citofono. La gioia.
Poi l’ultima sera andiamo tutti al Palacio Gaviria per festeggiare e la signora ci dà le chiavi.
Morale? Torniamo alle tre di notte e la troviamo sveglia perchè “Ah, mi sembrava di aver sentito qualcosa cigolare”.

Di quel viaggio ricordo il chocolate con churros, la strada per andare alla scuola, “Una miente maravillosa” (“A Beautiful Mind” visto al cinema ovviamente in spagnolo), i letti del ’44, lo Starbucks vicino al Prado (il mio primo frappuccino! Peccato che l’abbiano chiuso) e il Museo del Jamon. Niente nebbia (incredibile).

Diciotto anni.
Windsor, stage di due settimane organizzato dal liceo.
Fortuna vuole che mentre i miei colleghi lavoravano a poca distanza la sottoscritta doveva cambiare due treni e percorrere un buon pezzo a piedi per giungere nell’ufficio dove, dopo tre giorni, avevo già finito tutti i lavori che avrebbero dovuto tenermi occupata per due settimane. Crisi loro. Non sapevano cos’altro farmi fare. Crisi mia. Mi sentivo decisamente inutile.
Di quel viaggio ricordo la nebbia, il freddo, i cappuccini Starbucks comprati prima di partire, i frappuccini Starbucks comprati dopo essere tornata, Clocks dei Coldplay e il braccio rotto del mio professore d’inglese che, dopo un solo giorno, ha deciso di distruggersi durante una partita di calcio “Italy VS England” entrando in scivolata. Genio.

Poi un giorno, appena prima di partire per la Spagna, mi sono iscritta in una facoltà a Pesaro.
Così, di slancio.
Non avrei potuto avere un colpo di testa migliore.

Anche perchè vivere un’esperienza peggiore di quelle sopracitate sarebbe stato difficile.
Ormai ho un’armatura: sono pronta a tutto.

Published in: on ottobre 15, 2009 at 3:45 pm  Commenti (1)  
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Il viaggio in Giappone/Part. 1 I vecchietti della KLM

Intanto vediamo di arrivarci, in Giappone!

Perchè ovviamente il mio viaggio non poteva essere normale, no.
C’ero io in mezzo, quindi doveva per forza accadere qualcosa di anomalo. Infatti.

Bologna, 5 Agosto.
La comitiva si trova in aeroporto, effettua il check in.
No, aspetta, riavvolgo.
Quasi tutta la comitiva effettua il check in: due persone, infatti, rimangono indietro perchè le hostess di terra si sono dichiarate in sciopero da quel momento a causa della mancanza dell’aria condizionata. Beeene. Non si sa come, ma alla fine ce la fanno.

Aereo in ritardo di mezz’ora. Bene, sempre meglio, dato che ad Amsterdam abbiamo solo un’ora e cinque minuti per prendere l’aereo per Tokyo.

Saliamo, finalmente, e non appena varchiamo la soglia ci viene raccontata la seguente situazione.
Avete presente le uscite d’emergenza all’interno degli aerei? Solitamente ci stanno le persone giovani, pronte a reagire in caso di necessità. Ecco, questa volta l’hostess della KLM cercava di spiegare la procedura a due anziani (malefici) in procinto di partire per una crociera. In inglese.
E quando l’hostess ha detto ‘Lei deve tirare la maniglia dell’uscita di sicurezza’, il vecchietto cos’ha fatto? Ha tirato la maniglia dell’uscita di sicurezza, ovvio!


Immaginate cosa mi è passato per la mente nel momento in cui ho scoperto la faccenda. Improperi, istinti omicidi, e così via.
Ha aperto l’uscita di sicurezza. Avete mai assistito a un fatto simile? Il sigillo era rotto, l’hostess girava con le mani nei capelli, cercando di mantenere la calma quando NO, di calma proprio non ce n’era.

E sapete la cosa più assurda?
Un ingegnere si trovava per caso nei paraggi, è salito sull’ala, ha controllato il portellone, e ha dato l’Ok, potete partire.
Altrimenti dovevamo rimanere a terra, e allora sarei partita io per la crociera dei vecchietti, perchè loro non sarebbero stati più in grado.

Quindi eravamo in ritardo, spaventoso ritardo.
L’hostess si aggirava per l’aereo cercando due volontari che si sedessero al posto dei dannosi anziani. Ovviamente nessuno voleva, che domande.
Nessuno a parte la sottoscritta e la sua testina abitata.

Un viaggio veramente rilassante, certo, con il sigillo di sicurezza che sventolava davanti ai nostri occhi, che si spalancavano a ogni minimo spiffero o rumore o tremore.
E con una coppia di ragazzi davanti a noi che ci ha detto “Beh, se si apre dovete essere veloci perchè sarete i primi a essere scagliati fuori”.
… e voi i secondi, maledetti!

Un piccolo assaggio del mio viaggio in Giappone.
Il resto a breve.

Published in: on agosto 22, 2009 at 2:51 pm  Commenti (6)  
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Le tre ragioni dell’assurdità

Di cosa?
Del viaggio che mi accingo a compiere.

Intendiamoci.
Il primo ricordo che possiedo quando penso alla mia passione per il Giappone è l’immagine di una bambina di sei/sette anni armata dei volumetti de I Cavalieri dello Zodiaco (edizioni Granata) durante le vacanze estive a Pinarella.
Roba da far allibire mia madre solo dalla copertina: non penso ne abbia mai sfogliato uno, altrimenti me li avrebbe tolti di mano al volo. Erano i tempi in cui persino Captain Tsubasa (dicasi ‘Holly e Benji’) era violento, figuriamoci i cavalieri d’Atena massacrati e sanguinanti. Ah, che gioia!
Fatto sta che li adoravo (Hyuga/Cristall, aaah…), e la cosa non è finita lì: è degenerata.

Quindi.
Domani parto per il Giappone.
E credo di non rendermene bene conto. Non ancora. Forse quando atterrerò a Narita mi verrà un colpo. Chissà.

Eppure non è un viaggio come tanti, no no.
Non è nemmeno una vacanza, no no, no (quando mai poi io avrei fatto una ‘vacanza’? Tutti i miei viaggi son stati un [favoloso] tour de force. Aaah, io amo i tour de force!).
Infatti si va non solo a conoscere le ‘meraviglie del luogo’ (come ogni guida descrive), ma a incontrare i parenti giapponesi.

Ok, piano, lo riscrivo così forse riesco ad assimilarlo.
I parenti giapponesi. Cioè, IO ho dei parenti giapponesi (acquisiti, ovviamente)?
Assurdo. Il sogno di ogni filo-nipponico che si rispetti.

Due.
Non ho ancora capito in quanti siamo. Tanti, certo.
Quanti giapponesi? Quanti bolognesi? Qualcuno rinuncerà all’ultimo minuto a causa del terrore per l’aereo? Arrivati là saremo usati come attrazione locale? Ci faranno cantare ‘Volareee, oooh oooh” nei karaoke? Quante fotografie scatteranno a quel grattacielo di mio fratello? E, soprattutto, andremo ad Osaka?
Domande che si sveleranno nel corso dei giorni.
Assurdo.

Tre.
Hanno già fatto il biglietto per il ritorno.
Ritorno? Quale ritorno? E chi vorrà mai tornare?
Se non è assurdo questo…

Le premesse sono ottime.
Di sicuro ci sarà da divertirsi.

Published in: on agosto 4, 2009 at 4:54 pm  Commenti (5)  
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